Xinjiang, Tibet, Hong Kong: i giovani comunisti studiano la Cina!

Dialogo con i compagni cinesi e corsi di formazione per i nostri militanti giovanili: così si costruisce la pace e l'amicizia fra i popoli!

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Dopo l’importante assemblea del 22 febbraio 2021 – di cui abbiamo parlato in un altro articolo (leggi) – promossa dal Dipartimento delle Relazioni Internazionali del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (PCC) a cui abbiamo partecipato assieme ad altri 200 partiti di 80 paesi per approfondire la situazione nella Regione autonoma uigura dello Xinjiang in Cina e finalmente confutare le fakenews che si sentono nelle università e sui mass-media svizzeri subalterni alle agenzie stampa statunitensi, non siamo stati con le mani in mano.

Innanzitutto, pochi giorni dopo l’assemblea, il compagno Massimiliano Ay, segretario politico del nostro Partito, è stato intervistato dai massmedia cinesi proprio per conoscere le impressioni dei comunisti svizzeri sulla lotta al terrorismo separatista e religioso nello Xinjiang. In apertura trovate a tal proposito il video in lingua tedesca (sottotitolato in italiano) inviato ai media di Pechino.

Poche settimane dopo la Gioventù Comunista ha voluto approfondire la questione offrendo un corso di formazione politica. Dopo una introduzione del compagno Luca Frei, coordinatore dell’organizzazione, è toccato al compagno Massimiliano Ay tenere una relazione teorica sulla politica delle nazionalità in Cina.

Il compagno Ay ha in particolare spiegato la differenza fra i termini Zhōng guó rén e Hàn zú rén; che distinguono i cittadini cinesi dai cinesi “etnici”. Si tratta di due termini da non confondere quando si vogliono identificare i cinesi. La concezione di uno Stato centralizzato con pluralismo etnico, così come concepito dal Partito Comunista Cinese, si basa infatti sullo schema secondo cui la Repubblica Popolare è un paese multietnico composto di 56 nazionalità (mín zú) che unite hanno tutte contribuito al sorgere della Nazione Cinese (Zhōng huá mín zú): un modo rivoluzionario di concepire il sentimento di appartenenza nazionale.

Il segretario politico del nostro Partito ha poi ricordato la definizione del concetto di “nazione” nella dottrina socialista scientifica, insistendo sul fatto che chi in questa fase storica non difende l’integrità territoriale degli Stati finisce di fatto per favorire l’imperialismo che nell’area eurasiatica, e in Cina particolarmente, agisce attraverso il motto “dividi et impera”.

Dopodiché, proprio sull’onda di questo aspetto, ha preso la parola il compagno Samuel Iembo, membro della Direzione del Partito, che ha approfondito con dovizia di particolari i fenomeni secessionistici non solo nello Xinjiang ma anche nel Tibet e nella Mongolia Interna. Tutti caratterizzati da un’impostazione reazionaria e feudale opposta alla modernità, alla laicità e quindi al socialismo! A tal proposito rimandiamo alla serie di articoli indicati di seguito, specifici sulla situazione nello Xinjiang, e pubblicati sul portale Sinistra.ch.

Xinjiang: fatti e finzione a confronto

Le infondate accuse sul “genocidio uiguro”

La realtà dei “campi di concentramento” nello Xinjiang

La realtà del terrore jihadista in Cina

La pacifica soluzione cinese ai problemi dell’estremismo violento

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