1) Premessa
A differenza del 27 settembre 2020, quando il Partito Comunista concesse libertà di voto sull’iniziativa “Per un’immigrazione moderata” che perlomeno aveva il pregio di chiedere che la Svizzera disciplinasse autonomamente l’immigrazione e che denunciasse il pessimo accordo sulla libera circolazione delle persone con l’Unione Europea (UE), oggi ci troviamo davanti a una proposta che inserisce nella Costituzione federale numeri massimi di abitanti in maniera arbitraria. I sindacati hanno dunque ragione quando affermano che l’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni!”, se approvata il prossimo 14 giugno 2026, introdurrebbe un automatismo inaccettabile a livello costituzionale, attraverso il quale i diritti dei lavoratori verrebbero limitati a seconda dell’evoluzione demografica e senzatener conto dialetticamente delle effettive situazioni sociali ed economiche. Per questo il Partito Comunista, pur consapevole che in regime capitalista un’immigrazione di massa incontrollata comporti non indifferenti problemi sociali, ma anche cosciente del fatto che la borghesia ha sempre l’interesse a dividere la classe operaia attraverso una costante campagna ideologica tendente a scaricare sui migranti le inquietudini e le tensioni sociali dei lavoratori, non sosterrà questa proposta in votazione popolare. Ciò premesso, non si deve cedere né alla linea idealistica dei cosmopoliti immigrazionisti, né alla retorica filo-europeista che una parte della sinistra sta utilizzando fornendo così inconsapevolmente un assistproprio all’UDC. La politica migratoria si deve gestire infatti con altri metodi, agendo alla radici: a) attenersi alla più stretta neutralità rompendo la cooperazione con la NATO che con le sue guerre accresce i flussi migratori; b) imporre vincoli stringenti al padronato svizzero (compreso quello legato all’UDC) sul piano salariale e contrattuale per impedirgli la sostituzione di manodopera con lavoratori frontalieri e stranieri; c) rifiutare gli accordi bilaterali III e, a partire da ciò, rinegoziare tutti i vincoli con l’UE.
2) La “guerra fra poveri” favorisce solo il padronato, non i lavoratori!
Colpire i lavoratori immigrati come fa questa iniziativa popolare è sempre una scelta odiosa: non sono infatti loro i responsabili del degrado sociale, abitativo, ambientale ed occupazionale che stiamo vivendo in Svizzera, ma semmai chi, da decenni, ha responsabilità di governo e continua ad attenersi alla logica neo-liberale degli stessi iniziativisti, favorendo non l’economia ad alto valore aggiunto basata su investimenti nella formazione, nella ricerca e nell’innovazione, ma spingendo per uno sviluppo economico quantitativo basato sull’importazione di manodopera sempre più sfruttabile. Dividere il popolo fomentando la xenofobia e, di conseguenza, aizzando una “guerra fra poveri” indebolisce infatti la forza contrattuale dell’intera classe lavoratrice (svizzera e straniera), favorendo così esclusivamente il padronato. L’immigrazione di massa esiste infatti perché le persone sono messe nelle condizioni di dover scappare da situazioni di miseria che spesso è proprio l’Occidente ad aver creato con le sue politiche di depredazione neo-coloniale e militari: pensiamo solo alla distruzione della Jugoslavia o della Libia, voluta dalla NATO con la complicità anche della Svizzera, e che ha generato ingenti flussi migratori. Non fa parte della nostra tradizione né negare ildiritto all’asilo a persone perseguitate né ostacolare il ricongiungimento familiare, come richiesto invece da questa iniziativa.
3) Le priorità stanno altrove
L’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni!” è un diversivo che l’UDC ha lanciato con lo scopo di aggregare a sé le classi popolari che potenzialmente verrebbero attratte dalle proposte sociali della sinistra e di isolare il movimento sindacale. Invece di lavorare per unire la popolazione trasversalmente su due battaglie essenziali e prioritarie da loro stessi sostenute, come quella per la neutralità e quella contro la riesumazione dell’accordo quadro con l’UE, l’UDC consapevolmente si concentra sulla sua classica proposta, divisiva, poco attuabile e genericamente ostile agli stranieri, costringendo la popolazione di sentimenti solidali con i più sfruttati fra i lavoratori a schierarsi diversamente. I vertici sindacali e la sinistra dovrebbero uscire da questo vicolo cieco, rilanciando al massimo la lotta contro gli accordi bilaterali III e schierandosi a favore dell’iniziativa per la neutralità (che evita il coinvolgimento nelle guerre dell’UE e della NATO), e invece stanno al gioco e adottano una retorica immigrazionista del tutto controproducente.
4) La sinistra rossoverde sta facendo il gioco dell’UDC
La campagna imbastita dal PSS e dai Verdi contro questa iniziativa risulta irresponsabile e autolesionista: insistendo in modo acritico con la retorica ultra-europeista, la sinistra rossoverde sta infatti spingendo i lavoratori impoveriti, e giustamente ostili all’UE, a sostenere la proposta dell’UDC nella speranza che, tramite questa votazione si arrivi a far saltare i nefasti accordi bilaterali fra Svizzera e UE. Per noi questa è una scorciatoia tatticista che comprendiamo ma che non sosteniamo, in quanto genererà un effetto di chiusura sociale e una perdita della forza contrattuale del movimento operaio che si basa proprio sull’unità fra i lavoratori locali e immigrati. Le dichiarazioni ingenue rilasciate dalla sinistra rossoverde, convinta che “la fine degli accordi bilaterali metterebbe in pericolo la protezione dei salari”, secondo cui “le misure di accompagnamento garantiscono oggi salari e condizioni di lavoro” sono nefaste per la credibilità della sinistra stessa e hanno solo un obiettivo: screditare i sindacati davanti ai lavoratori e alle classi popolari, il che – ben conoscendo gli effetti nefasti dei vincoli con l’UE – li allontana dall’organizzazione e dalla lotta, spingendoli nelle mani della propaganda dell’UDC che semplicemente risponde agli interessi di una parte del padronato nazionale forse meno globalista nella retorica, ma non per questo meno vincolato al grande capitale. Che PSS e Verdi vogliano perseguire questa via ci è chiaro, che la vogliano imporre anche all’Unione Sindacale Svizzera è invece suicida. Affermare senza vergogna che “la Svizzera ha bisogno di relazioni stabili con l’Europa […] soprattutto in questo periodo di insicurezza globale” che proprio i “volenterosi” europeisti stanno fomentando con la corsa al riarmo e le continue provocazioni contro le nazioni emergenti (Russia, Cina, ecc.) denota l’urgenza per il nostro Partito di fornire quadri politici nuovi e genuini a una sinistra che altrimenti è allo sbando!
5) I sindacati non si accodino a PSS e Verdi e usino altre motivazioni!
Facciamo appello ai sindacati affinché tutelino al massimo la propria indipendenza di classe e non si pieghino ai diktat provenienti della sinistra rossoverde: non è un mistero che una fetta consistente dei lavoratori sindacalizzati mal sopporta le mode europeiste di una parte dei vertici sindacali che stentano a connettersi con la base per rappresentare un ceto politico a sé stante. Invitiamo i molti sindacalisti dediti alla nostra stessa causa a preservare la loro credibilità e a rifiutare la retorica allarmista che incensa stupidamente le relazioni di sottomissione della Svizzera all’UE. Il modo migliore per contrastare questa iniziativa è spiegare che la sacrosanta sovranità nazionale non si difende dividendo il popolo fra svizzeri e stranieri ma unendo i lavoratori contro un padronato che fa affari grazie all’UE, alla libera circolazione dei capitali e al dumping salariale. L’eventuale accettazione dell’iniziativa comporta infatti il rischio che si rinunci a lavoratori stranieri residenti, ben integrati e qualificati, sostituendoli con frontalieri (che non vengono contemplati dalla riforma) sottopagati, con un ulteriore ovvio impoverimento soprattutto dei cantoni di frontiera. I sindacati non devono insomma utilizzare le argomentazioni degli europeisti e della borghesia liberale, ma esclusivamente spiegare che, ad esempio, senza i professionisti sociosanitari provenienti dall’estero non sarà possibile garantire un’assistenza di qualità negli ospedali, nelle case anziani o nelle cure a domicilio; oppure che una diminuzione delle persone attive significa minori entrate per l’AVS determinando di conseguenza una pressione sulle rendite pensionistiche per tutti i lavoratori.
6) Non si strumentalizzino i sindacati per legittimare il razzismo contro i cinesi!
Leggere dichiarazioni di sindacalisti che sfruttano la loro posizione per denigrare la Cina, legittimando così sentimenti razzisti sinofobi fra i lavoratori, è inaccettabile! Far intendere – come dichiarato pubblicamente dall’economista dell’USS Daniel Lampart – che bisogna chinare il capo di fronte agli accordi bilaterali con l’UE perché“gli Stati Uniti ci voltano le spalle e la Cina aumenta la pressione sulla nostra economia” è indecente! Non solo per il movimento operaio organizzato gli USA non hanno mai rappresentato una soluzione (e questo da ben prima dell’arrivo di Donald Trump e dei suoi dazi), ma soprattutto affiancarli alla Cina, che è invece proprio quel paese emergente che permetterebbe all’economia svizzera di diversificare i propri partner commerciali e i propri sbocchi, consentendole quindi di diventare più forte, ben denota il livello di propaganda liberalche si è fatto strada anche nei vertici sindacali. Ancora peggio si fa quando, sempre Lampart a nome dell’USS denigra la Cina tirando un improprio paragone con la peraltro già superata politica del figlio unico.
7) L’incoerenza degli iniziativisti
Gli iniziativisti spiegano chel’incremento della popolazione intacca il benessere collettivo, poiché inciderebbe ad esempio sull’inquinamento, sul sovraffollamento dei treni e sulla disponibilità di alloggi. Tutti questi problemi, benché reali, sono strumentalizzazioni che rifiutiamo! Non solo l’accettazione dell’iniziativa non ne risolverebbe alcuno: non si può essere così ingenui da credere seriamente che con l’espulsione di qualche asilante o rifiutando un ricongiungimento familiare magicamente aumenterebbero gli alloggi a pigione moderata per gli svizzeri, senza riforme strutturali del nostro mercato abitativo, che è però proprio l’UDC a escludere di principio. Questi problemi di carattere sociale vanno insomma affrontati altrimenti: non discriminando i nostri colleghi di lavoro o i nostri compagni di scuola privi di passaporto svizzero, ma investendo nei diritti sociali, nei trasporti pubblici, nell’edilizia popolare; tutte misure che però sono gli stessi iniziativisti a rifiutare ad ogni occasione utile.



