Il Partito Comunista, da sempre in prima linea a difesa del diritto allo studio, esprime la propria opposizione alla decisione annunciata dalle direzioni di USI e SUPSI di aumentare le tasse semestrali a partire dall’anno accademico 2027/2028.
Purtroppo lo avevamo previsto: i nostri deputati in Gran Consiglio avevano infatti già preso posizione lo scorso 20 aprile 2026 con l’interrogazione intitolata significativamente “Aumentare le tasse universitarie per finanziare il riarmo?”. In quell’atto parlamentare avevamo sollevato il problema dell’impatto dei piani di risparmio della Confederazione, che prevedono tagli per 460 milioni di franchi all’anno a livello nazionale nel settore della formazione e della ricerca, con una perdita stimata di 14,5 milioni per il solo Ticino che avrebbe comportato il rischio di un raddoppio delle rette per gli studenti.
Vanno anche ricordati i motivi che hanno condotto all’adozione di queste misure di risparmio. Secondo il Consiglio federale, infatti, “il bilancio della Confederazione presenta uno squilibrio strutturale (…) causato in primo luogo dal potenziamento (…) dell’esercito. L’aumento delle uscite per l’esercito all’1 per cento del prodotto interno lordo (PIL) entro il 2032 comporta un incremento medio delle uscite di circa l’8 per cento. (…) Il pacchetto di misure di sgravio applicabili dal 2027 serve principalmente a finanziare l’esercito (…)”.
Il Partito Comunista sostiene quindi l’opposizione dei sindacati VPOD e SISA e ricorda come la Gioventù Comunista abbia contributo alla petizione promosso dalla VPOD contro i tagli e per la difesa dell’università pubblica. Le tasse universitarie in Ticino sono già da tempo infatti ben al di sopra della media svizzera (all’USI un semestre costa già Fr. 2’000 contro i Fr. 500 di Ginevra e i Fr. 720 di Zurigo). Con l’aumento previsto ora, le rette per i nuovi studenti diventano insostenibili, sbarrando la strada a chi proviene da famiglie meno benestanti e nel contempo favorendo la fuga di cervelli fuori dal Ticino e diminuendo l’attrattività del nostro polo accademico. Come denunciato dal sindacato VPOD, inoltre, le misure di risparmio federali e cantonali (che per il Ticino prevedono ulteriori tagli per 5,5 milioni all’USI e 1,3 milioni alla SUPSI) finiranno per precarizzare ulteriormente il corpo intermedio accademico (per i quali manca ancora un contratto collettivo di lavoro) e per colpire le condizioni contrattuali del personale tecnico-amministrativo.
L’introduzione di rette differenziate per gli studenti “non residenti” (arrivando a Fr. 10’000 per anno accademico) rischia poi di tradursi in un nuovo boomerang per tutti con l’eventuale approvazione dei futuri Accordi Bilaterali III con l’UE che le vieteranno, con il conseguente rischio di un ulteriore rialzo delle rette universitarie anche per i residenti: una fregatura forse solo diluita nel tempo!
Il Partito Comunista chiede un’inversione di rotta nella politica universitaria e di ricerca, con un blocco immediato dell’aumento delle rette per gli studenti, un aumento dei finanziamenti pubblici al settore universitario, e la fine dell’uso dei contratti a catena all’interno degli atenei.



