Le guerre sono state, storicamente, sempre una cartina di tornasole decisiva per la sinistra e per il movimento per la pace. Proprio in tempo di guerra, la pressione sulla classe operaia diventa particolarmente forte affinché essa faccia propri, in nome dell’«unità nazionale», della «difesa del Paese», della «democrazia», ecc., gli obiettivi, gli interessi e gli argomenti della classe dominante. Lo vediamo chiaramente oggi nella propaganda incessante che ci spinge a schierarci contro la Russia, a favore della NATO, dell’Occidente, ecc.
La concezione marxista della geopolitica e dei conflitti tra Stati non considera la politica internazionale come uno scontro astratto tra nazioni o culture, bensì come espressione della lotta di classe globale – attualmente soprattutto tra l’imperialismo e le nazioni emergenti che difendono la propria sovranità.
Da una parte si trova dunque l’unipolarismo nordatlantico ed eurocentrico che – per usare le parole del Segretario di Stato statunitense Marco Rubio – mira a una riconquista neocoloniale del mondo. Dall’altra parte vi è il multipolarismo sotto l’influenza della Cina, della Russia e di altre società che storicamente sono emerse da trasformazioni rivoluzionarie e anticoloniali e che aprono la strada a una diversa forma di potere.
In Svizzera, la democrazia borghese consente forme di partecipazione popolare puntuale attraverso iniziative e referendum. L’egemonia borghese e la storica debolezza del movimento operaio nel nostro Paese hanno fatto sì che alcune proposte sottoposte al voto appaiano, a prima vista, non come espressione di contraddizioni sociali, bensì come semplici variazioni dell’ideologia borghese dominante. Lo stesso vale per l’iniziativa sulla neutralità, sulla quale si voterà il 27 settembre 2026. La tentazione per la sinistra consiste nell’assumere un atteggiamento superficiale e nel respingere questa proposta sulla base di un riflesso pavloviano «anti-Blocher».
Il compito dei comunisti deve invece consistere nel non lasciarsi accecare dal teatrino della politica borghese, bensì nel riconoscere la dinamica e la sostanza di classe di ciò che è in gioco. In questo contesto, dobbiamo lottare per soluzioni politiche (anche parziali) che siano il più possibile favorevoli allo sviluppo della coscienza di classe del proletariato e il più possibile dannose per le classi dominanti e per i loro ambienti favorevoli alla guerra, orientati verso l’Atlantico e ostili ai lavoratori.
L’iniziativa sulla neutralità non impedisce direttamente la corsa agli armamenti, le esportazioni di armi e le attuali forme di collaborazione con la NATO e con l’UE/PESCO, ma rende impossibile qualsiasi adesione a un’alleanza politico-militare come la NATO. Essa esprime la resistenza alla graduale adesione della Svizzera alla NATO e alla politica dominante delle élite (che talvolta appare come una «politica borghese dal volto di sinistra»).
Attraverso l’iniziativa viene finalmente definito che cosa significhi la neutralità, impedendone così la strumentalizzazione, e viene sancito nella Costituzione il principio di una Svizzera non allineata – una Svizzera che rifiuta la guerra e non impone embarghi unilaterali che fanno precipitare nella povertà solo la popolazione (e certamente non le élite).
Una sconfitta dell’iniziativa, sostenuta dalla sinistra russofoba – comprese alcune componenti della sinistra pseudoradicale – che sostiene il «No», verrebbe sfruttata dal governo e dagli ambienti dominanti per proseguire e approfondire il loro atteggiamento filoccidentale, antisociale e militarista, nonché la loro aggressiva integrazione nella NATO. Un successo dell’iniziativa – anche grazie alle forze progressiste del «Sì», come il Movimento Svizzero per la Pace (MSP), il Partito Comunista (PC) e il Partito Svizzero del Lavoro (PSdL-POP) – renderebbe più difficile la politica filo-NATO delle autorità e avvierebbe un dibattito su una nuova collocazione della Svizzera – non allineata, pluralista e multipolare –, maggiormente corrispondente agli interessi della classe operaia del nostro Paese.
Dal punto di vista dei comunisti svizzeri, infatti, la neutralità significa intraprendere per il Paese una via di sviluppo sovrana. Nell’odierno mondo multipolare in formazione, solo una Svizzera neutrale e quindi non allineata può fungere da ponte tra l’Eurasia emergente e l’Occidente inesorabilmente in declino. Altrimenti, incombe il rischio di una guerra mondiale come illusorio strumento per mantenere in vita l’imperialismo occidentale.



