La transizione al multipolarismo: un destino incontrovertibile
Mentre i nostri media iniziano lentamente a parlare solo oggi di “un nuovo mondo” riferendosi al crescente prestigio economico e politico di paesi come Cina, Russia, Vietnam, Brasile, eccetera, la Gioventù Comunista porta avanti con coerenza un’analisi elaborata con grande anticipo e lungimiranza.
Il declino dell’imperialismo atlantico è ormai una realtà innegabile ed il riaccendersi del conflitto in Ucraina ha evidenziato i complessi di superiorità di UE e NATO, che si sono poi tradotti in un’evidente debolezza economica e militare rispetto alla Russia. Per aggrapparsi ai suoi residui di potere, il blocco euroatlantico ha sostenuto politiche violente e guerrafondaie sfociate nella corsa al riarmo, nel genocidio del popolo palestinese e nelle minacce ai paesi emergenti in America Latina, Asia e Africa.
Gran parte del resto del mondo ha risposto con la creazione e la consolidazione di alleanze politiche economiche compatibili con lo sforzo di difendere la propria sovranità ed indipendenza dalle ingerenze occidentali. Dai BRICS in procinto di accogliere sempre più stati membri, all’affermarsi dell’Unione Economica Euroasiatica, passando per la nuova Via della Seta. La configurazione di un mondo multipolare di pace, nel quale varie potenze convivono in collaborazione economica e politica nelle rispettive regioni di influenza, appare oggi molto più vicina rispetto ad una decina di anni fa, se non addirittura una vera e propria realtà sotto alcuni aspetti. Il crescente autoritarismo e militarismo delle società occidentali sottolinea una consapevolezza da parte delle élite occidentali: il loro violento dominio imperialista è in pericolo. Di fatti, dal punto di vista economico, i paesi BRICS costituiscono ormai quasi la metà del PIL globale. Contemporaneamente, le inutili e controproducenti sanzioni imposte alla Russia si sono rivelate un auto-sabotaggio da parte dei paesi europei, i quali sono caduti nell’isolazionismo internazionale e nella dipendenza energetica e militare dell’alleato-padrone statunitense. Chi doveva rimanere solo ed isolato si rafforza oggi grazie al supporto di Cina, India, Corea del Nord, Sud Africa e tutta una serie di altri paesi con una crescita economica vertiginosa, al contrario del decadente mercato dell’Unione Europea nel quale una certa “sinistra” ed una classe borghese atlantista vorrebbe farci integrare.
Consolidamento di collaborazioni internazionali fra paesi emergenti, élite dominanti isolate e dinamiche di crescita economica rispettivamente positive e stagnanti: elementi che allineati rendono il multipolarismo una realtà globale già effettiva, seppur in una fase di transizione nella quale il rischio di un conflitto globale, spinto e alimentato da mosse disperate di UE e NATO, è sempre dietro l’angolo.
I protagonisti spesso dimenticati: l’Africa
Le giuste e lungimiranti analisi che negli ultimi anni abbiamo elaborato di fronte alla transizione al multipolarismo si sono molto concentrate su coloro che guidano il campo di paesi emergenti, ed in particolare la Cina. È però anche fondamentale non dimenticare le numerose nazioni che nel futuro prossimo hanno un potenziale di crescita enorme sotto diversi punti di vista. Molte di queste si collocano in un continente di cui si parla straordinariamente poco: l’Africa. Menzionarla unicamente in riferimento al Sudafrica, membro fondatore dei BRICS, sarebbe infatti estremamente riduttivo. Paesi come la Nigeria, l’Etiopia, il Burkina Faso, il Mozambico e altri sono solo le avanguardie di una realtà continentale che vede una crescita demografica imponente e, con essa, un’emancipazione politica ed economica dai retaggi del colonialismo euroatlantico. Emblematico di questa emancipazione è il Burkina Faso, il cui leader Ibrahim Traorè sta seguendo le orme del rivoluzionario marxista Thomas Sankara. Le sue riforme di innovazione, sovranità e redistribuzione non sono chiaramente ben viste da tutte quelle forze come gli Stati Uniti, l’UE e la NATO che per anni hanno potuto sfruttare le risorse minerarie del Burkina Faso. In questo senso, l’ingresso del Paese nel nuovo panorama di un mondo multipolare e la costruzione di alleanze è un passo chiave nella politica estera del governo di Traoré. Dopo essersi distinto per la costruzione dell’Alleanza del Sahel con Mali e Niger, il Burkina Faso è diventato un punto di riferimento per il consolidamento del multipolarismo nel continente africano, il che gli ha permesso di intraprendere relazioni importanti con Cina, Russia e in generale con i Paesi BRICS. Le relazioni con quest’ultima organizzazione stanno infatti subendo una decisiva intensificazione, ad esempio con la firma del memorandum d’intesa con i BRICS nel 2023, grazie alla quale la cooperazione sarà capillarizzata in diversi settori dell’economia, della salute, dell’istruzione, dell’industria, delle risorse minerarie, eccetera.
Il percorso fatto dal Burkina Faso in un periodo di tempo così breve ci dà un’opportunità di analisi enorme per quanto riguarda la transizione globale al multipolarismo. Spesso e volentieri si tende a dimenticare il potenziale che il continente africano ha nella costruzione di questo nuovo assetto geopolitico. È chiaro che la strabiliante crescita della Cina o, d’altra parte, le continue minacce di aggressione imperialista alle numerose realtà socialiste dell’America Latina, da Cuba alla Bolivia, passando per il Venezuela, ma anche solo pensando all’orlo dell’abisso bellico in cui ci troviamo in Europa, spesso manca il tempo per udire quel rumore impercettibile di una foresta multipolare che cresce in Africa. Tuttavia, ogni giorno avvengono piccoli e grandi fatti sia in Burkina Faso che nei Paesi che alla sua rivoluzione si ispirano; e sono proprio questi piccoli fatti che, uniti in un contesto vario e complesso come questo, costituiscono la base per il progressivo declino del neocolonialismo europeo e la nascita di un nuovo mondo basato su pace, cooperazione e giustizia. Un percorso sicuramente tortuoso a tratti e ricco di sfide, ma che mostra una tendenza chiara ed incontrovertibile.
Cambio di analisi per un mondo che cambia
La transizione ad un nuovo assetto geopolitico comporta anche un cambiamento di paradigma nelle nostre analisi internazionali. Se nel bipolarismo fra USA ed URSS la distinzione veniva fatta fra paesi fra paesi capitalisti a paesi socialisti o di ispirazione socialista, nel nuovo mondo multipolare al quale ci stiamo affacciando è necessario categorizzare i vari protagonisti del contesto internazionale sulla base di nuove distinzioni. Gettare nel calderone dell’imperialismo capitalista paesi come Stati Uniti, Russia, India o addirittura la Cina solo perché nel loro mercato sono presenti settori privati causa un offuscamento totale dell’analisi della nostra realtà della quale gran parte della sinistra nostrana ed europea è vittima. Il dato da riconoscere oggi è che se il multipolarismo si sta effettivamente realizzando è perché entità statali con diversi sistemi di mercato sono riusciti a collaborare contro l’egemonia euroatlantica. La differenza essenziale fra questi paesi emergenti e l’occidente in declino non risiede nella proprietà dei mezzi di produzione, ma su chi ha effettivamente in mano la sovranità nazionale. Nei paesi che ancora tentano di mantenere il loro potere unipolare la politica non la fa più né il popolo né le istituzioni che dovrebbero rappresentarlo, ma il capitale ed i suoi interessi. Al contrario, nei paesi che comporranno il nuovo mondo la politica la fanno i politici, la fa il popolo, e non i capitalisti! A dipendenza delle peculiarità di ogni stato, ciò non esclude la presenza della libertà di mercato, ma ne limita l’influenza e la orienta non a favore dei profitti di pochi ma agli interessi della nazione nella sua collettività. Questa è la differenza fondamentale che distingue un’entità liberista ed irriformabile come l’Unione Europea dai paesi BRICS: sovranità del capitale contro sovranità popolare. Alla luce dell’analisi esposta al punto precedente, nella quale si evidenza come il primo gruppo di paesi sia in declino mentre il secondo sia in ascesa, è evidente che la difesa della sovranità popolare debba essere una priorità anche nel nostro contesto nazionale, quello svizzero. In questo senso, la difesa della neutralità continua a rappresentare un cardine del nostro programma politico. Dalla neutralità deriva la sovranità popolare, la quale è messa continuamente in discussione dai nuovi accordi quadri che il nostro governo intende firmare con l’UE. Una neutralità che ci permetta poi di parlare con tutti, e specialmente con chi rappresenta oggi un’alternativa nuova ad un blocco imperialista che altro non fa se non causare guerre e genocidi.
Alla luce di quanto esposto, la Gioventù Comunista si impegna a consolidare e sviluppare le analisi descritte e a seguire la linea politica che ne deriva, esponendo entrambe al 25esimo Congresso del Partito Comunista con una versione riadattata della presente risoluzione.
È nostro interesse intensificare le nostre relazioni bilaterali con movimenti politici dei paesi emergenti, intraprendendone di nuove con le realtà finora poco esplorate come quelle del continente africano.
Infine, invitiamo il DECS a promuovere i gemellaggi con realtà studentesche e giovanili dei paesi emergenti, in accordo con il sindacato studentesco e le assemblee scolastiche.



