Femminismo: riaffermiamone la concezione marxista di lotta sociale!

Risoluzione proposta dalla compagna Alyssa De Micheli e approvata dall'Assemblea della Gioventù Comunista del 25 ottobre 2025

Da diverso tempo le nostre élite dominanti non solo vogliono convincerci che la lotta per la parità di genere sia anacronistica, ma cercano addirittura di traviarla sotto la spinta di ideologie abbracciate da una certa sinistra liberal. Tale tentativo si manifesta sotto diversi punti di vista che elenchiamo e smascheriamo in questa risoluzione.

Il contesto locale e internazionale

Il dato locale che dimostra come quella per la parità di genere sia una causa assolutamente attuale è l’evidente discrepanza tra il principio costituzionale di uguaglianza fra uomo e donna e la realtà materiale dei fatti. Basti pensare che nel 2022 la differenza di stipendio mediano mensile fra uomo e donna era di ben 483 franchi: tutt’altro che parità salariale! Va poi aggiunto il fatto che le donne si trovano davanti a una doppia giornata lavorativa, poiché dedicano il 60% del loro tempo al lavoro non retribuito, contro il 42% degli uomini. Nel 2020 il valore del lavoro non retribuito delle donne ha raggiunto la cifra di 434 miliardi di franchi, superando quello retribuito. Ciò rappresenta un rischio per la vita stessa delle donne in Svizzera, considerando che l’assenza di versamenti contributivi non garantisce prestazioni in caso di malattia, infortunio, invalidità e copertura per le cure mediche.

Un aspetto che non possiamo tralasciare sono i numerosi casi di violenza e abusi sulle donne, spesso trascurati dai nostri media. Nell’ultimo anno sono stati registrati oltre 21’000 reati di violenza domestica, di cui circa il 70% delle vittime sono donne. Circa una donna su sei con età superiore ai sedici anni ha subito atti sessuali non consensuali e una su dieci ha avuto un rapporto sessuale contro la sua volontà. Inoltre, oltre 1,5 milioni di lavoratrici (circa il 30%) hanno subito molestie o violenze sessuali sul posto di lavoro. Sono dati inaccettabili, che evidenziano una mancanza di educazione e di prevenzione all’interno della nostra società — educazione e prevenzione che dovrebbero partire specialmente dalle scuole e dagli apprendistati. Sono necessari programmi di sensibilizzazione sulla violenza di genere per tutti gli ordini scolastici e la creazione di sportelli cantonali per denunciare abusi a scuola e sul luogo di lavoro, come peraltro già rivendicato dal Sindacato Indipendente Studenti e Apprendisti (SISA) in una sua risoluzione recentemente approvata.

A livello nazionale, le élite atlantiste strumentalizzano la causa femminista per alimentare la militarizzazione della società, nell’ottica di avere sempre più carne da macello da mandare al fronte.
Fra le giustificazioni con cui il nostro governo ha recentemente proposto la leva obbligatoria estesa anche al sesso femminile figura la presunta promozione della parità fra i sessi. È semplicemente ridicolo: uguaglianza non vuol dire far indossare le uniformi a entrambi i sessi per spedirli tutti insieme a morire al fronte sotto la spinta di UE e NATO; significa intervenire per favorire un’uguaglianza socioeconomica materiale, la quale sarebbe solo ostacolata dalle spese militari!

Allo stato attuale delle cose è inoltre necessario riconoscere come il patriarcato trovi terreno fertile all’interno dell’ideologia militarista, fondata sul controllo, sull’aggressività e sulla normalizzazione della violenza in ogni aspetto della vita sociale.

Anche sul piano internazionale assistiamo a una costante strumentalizzazione della lotta per l’uguaglianza di genere. Nella ricerca di pretesti per attaccare e sottomettere i paesi emergenti, le forze imperialiste euroatlantiche fanno leva sul presunto proposito di “liberare” le donne di paesi come l’Iran per giustificare le loro politiche guerrafondaie.
Nella storia contemporanea si è ben vista la bontà di queste intenzioni: pensiamo alla Siria, nella quale la NATO ha alimentato dall’esterno una guerra civile per mettere al potere un presidente affiliato a gruppi terroristici che sta oggi smantellando ogni conquista sociale ottenuta nella storia della Siria laica. Ma pensiamo anche alla Libia, all’Afghanistan e a tutti i teatri internazionali in cui gli USA e i loro alleati avrebbero dovuto portare un’uguaglianza di genere che si è perennemente tradotta in guerre, distruzione e peggioramento delle condizioni di vita del sesso femminile. Le donne sono infatti le prime vittime dei conflitti poiché nell’ottica colonialista il corpo femminile viene concepito come uno spazio da conquistare.
È giunto il momento di abbandonare i complessi di superiorità morale euroatlantici, secondo i quali i popoli del mondo non sarebbero capaci di emanciparsi autonomamente seguendo un percorso adatto al loro contesto storico e culturale. Come possiamo pretendere di insegnare ai popoli del mondo l’uguaglianza di genere se nemmeno noi la rispettiamo?

Il femminismo è prima di tutto lotta di classe

Per distrarre le masse dalle reali contraddizioni della nostra società, parte della borghesia ha promosso e diffuso la cultura “woke”, tentando di castrare il femminismo della sua componente marxista, incentrata sulla lotta di classe, in favore di una battaglia unicamente legata ai diritti civili. Tale transizione porta oggi parte della sinistra liberal a perseguire una lotta a slogan, concentrata su formalità idealiste che sono per noi secondarie o nelle quali non ci riconosciamo.

Quella per la parità di genere è una lotta sociale che si inserisce nel progetto di una società egualitaria dal punto di vista materiale, e non unicamente ideale. La causa femminista va di pari passo con la lotta per i diritti del lavoro, con la causa antimilitarista e con quella antimperialista. È una lotta emblematica nella sua capacità di unire il dato locale a quello internazionale poiché il principio sessista per cui il genere femminile è sfruttato in Ticino è lo stesso per cui altri milioni di donne vengono sfruttate nei paesi in via di sviluppo che seguono il modello economico capitalista.

Per ribadire la nostra posizione sulla lotta femminista intesa come lotta di classe, citiamo le parole di Lenin: “Noi dobbiamo assolutamente creare un potente movimento femminile internazionale, fondato su una base teorica netta e precisa… È chiaro che non può aversi una buona pratica senza teoria marxista. Noi comunisti dobbiamo distinguerci nettamente da tutti gli altri partiti”. Allo stesso modo, anche noi dobbiamo distinguerci sul tema, portando una visione marxista del femminismo in un contesto locale ed internazionale dove la questione è principalmente affrontata da punti di vista liberali che distraggono la società dal punto centrale: la lotta di classe ed il suo internazionalismo.

  • La Gioventù Comunista si impegna a promuovere con maggiore forza la lotta femminista intesa in senso marxista, dando priorità alla lotta sociale per una parità di genere materiale.
  • La Gioventù Comunista si impegna a collaborare con il sindacato studentesco nella costruzione di un sistema scolastico che favorisca la parità di genere, con piani di sensibilizzazione per prevenire gli abusi e la creazione di istituzioni volte a punirli tempestivamente.
  • La Gioventù Comunista si oppone con la massima fermezza alle scellerate proposte della classe dirigente del nostro Paese, che dipinge la militarizzazione della società come un modo per promuovere l’uguaglianza di genere. In questo senso, rinnova il suo impegno contro l’UE e la NATO e contro le loro mosse guerrafondaie nei confronti dei paesi emergenti.
  • La Gioventù Comunista si impegna a presentare una versione riadattata di questa risoluzione al 25° Congresso del Partito Comunista