Il secolo dei comunisti cinesi …sarà il prossimo!

Articolo teorico di Massimiliano Ay, segretario politico del Partito Comunista (Svizzera) pubblicato in cinese sulla rivista "Guangming" (06/2021).

1. Il declino irreversibile dell’egemonia atlantica

Il mondo unipolare che si è venuto a creare con la vittoria della Guerra Fredda da parte degli Stati Uniti d’America ha esasperato le caratteristiche di sfruttamento da parte del sistema capitalista e imperialista: oltre al saccheggio neo-coloniale da parte delle multinazionali e all’esportazione di capitale da parte dei paesi imperialisti nel sud del mondo, la borghesia americana ed europea ha tenuto in piedi la NATO per colpire con la violenza ogni tentativo di costruire una società alternativa al pensiero unico liberale e al conformismo culturale. Questa supremazia sta ora però arrivando al termine: il declino del modello atlantico è inesorabilmente. Le forti contraddizioni emerse a causa alla presidenza di Donald Trump nella classe dirigente degli USA; la resistenza eroica della Repubblica Araba di Siria contro il separatismo curdo e contro il terrorismo islamista; la resistenza del processo rivoluzionario bolivariano contro i tentativi di destabilizzare il Venezuela; il fallito colpo di stato del 2016 in Turchia che sta spingendo Ankara verso l’Eurasia; il blocco del Trans Pacific Partnership (TPP) e il successo del Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) che ha posto un freno all’espansionismo americano in Asia, ecc. sono tutti tasselli che ci dicono che una nuova fase storica nelle relazioni internazionali si sta aprendo. Una nuova fase che, anche grazie al progetto cinese One Belt and Road, possiamo definire multipolare. E’ in questo contesto, che noi oggi festeggiamo i primi 100 anni di esistenza del Partito Comunista Cinese, ben sapendo che il meglio deve ancora arrivare.

2. Il prossimo secolo sarà quello dei comunisti cinesi

Un secolo ben speso! Non solo il Partito Comunista Cinese si è rinforzato senza mai abiurare al suo compito storico di avanguardia della classe operaia rivoluzionaria, ma ha saputo governare e modernizzare un paese immenso. I principi organizzativi marxisti-leninisti, la linea di massa, la gestione dialettica delle contraddizioni e la teoria della dicotomia del presidente Mao Zedong sono solo alcuni degli insegnamenti che la storia centenaria del Partito Comunista Cinese porta con sé anche sul piano ideologico e che vanno oggi studiati sul piano globale anche dai comunisti che operano in Europa spesso in situazione di forte debolezza. Il Partito Comunista Cinese si è dimostrato essere una delle forze politiche più abili della storia umana: un partito che ha saputo leggere le fasi che dialetticamente mutavano e con esse le contraddizioni, adeguando di conseguenza la propria linea divenendo oggi protagonista di un percorso, attraverso la cosiddetta Nuova via della seta, che rappresenta una straordinaria opportunità di emancipazione per molti popoli oppressi dall’imperialismo. Affinché i comunisti cinesi non solo festeggino il loro primo secolo di vita, ma siano protagonisti del prossimo secolo è importante però secondo me che tre questioni siano affrontate:

  • Anzitutto occorre che si consolidi una nuova geopolitica realmente multipolare senza cedere alle illusioni dell’imperialismo europeo come quello “buono” rispetto a quello statunitense.
  • In secondo luogo è necessario che il Partito Comunista Cinese mantenga sempre la propria purezza marxista-leninista non solo sul piano ideologico ma anche nello stile del lavoro, affinché l’obiettivo del comunismo non venga posto in secondo piano dalle influenze borghesi molto forti nel contesto della globalizzazione e dell’apertura ai capitalisti occidentali.
  • Infine l’ultima questione. Ricordare l’insegnamento di due compagni: il fondatore del Partito Comunista Italiano Antonio Gramsci che spiegava la necessità per i comunisti di ricercare la cosiddetta “egemonia culturale” e Fidel Castro, già presidente di Cuba, che insisteva nel condurre la “battaglia delle idee”. Non è insomma immaginabile oggi sconfiggere l’imperialismo e garantire un mondo di pace senza intensificare il lavoro culturale marxista e contrastare il soft-power atlantico.

3. Multipolare non è sinonimo di multilaterale!

Il Partito Comunista Cinese ci insegna che il benessere del popolo cinese sarà garantito non attraverso l’imposizione di modelli prestabiliti, non attraverso vincoli di dipendenza basati sul furto delle materie prime ai paesi poveri; bensì in un quadro di sviluppo orientato alla cooperazione pacifica, win-win, fra nazioni sovrane. E’ un pensiero equilibrato e nel contempo rivoluzionario per l’epoca odierna: il multipolarismo va visto come un importante processo democratico di integrazione regionale fra nazioni indipendenti, ma che mutualmente cooperano per un benessere condiviso. L’imperialismo, che ovviamente non vuole in alcun modo che questa idea del multipolarismo si imponga usa l’espressione “multilateralismo” che è un artificio retorico utile ad abbellire l’unipolarismo. Questa confusione nei termini è diffusa sul piano universitario dove si preparano i futuri politici e i futuri diplomatici. Agire in modo multilaterale, nel linguaggio biforcuto dell’imperialismo, significa l’esatto opposto di voler costruire un mondo multipolare e di pace. Come ha spiegato il professor Davide Rossi, presidente della Commissione di Controllo del Partito Comunista Svizzero in un suo articolo: “lo scopo del multipolarismo è quello di giungere a un mondo in cui la partecipazione multilaterale di tutte le nazioni porti a scelte condivise, mentre coloro che parlano in Occidente di multilateralismo intendono in verità solo la difesa e il consolidamento dell’unipolarismo, ovvero una concertazione esclusivamente tra nazioni della NATO”, a scapito dei paesi come Cina, Russia, Iran, ecc.

4. La tenuta ideologica del Partito e l’obiettivo del comunismo

I fondatori del socialismo scientifico Karl Marx e Friedrich Engels spiegavano che le origini delle trasformazioni sociali, culturali e politiche vanno ricercate nell’economia e non nella filosofia. E tuttavia non possiamo leggere dogmaticamente queste considerazioni scordandoci che l’elemento sovrastrutturale ha un ruolo tutt’altro che secondario. Come spiegavo in un mio recente articolo apparso sulla rivista “World Socialism Research”: “occorre stare attenti a mai sottovalutare le esigenze ideologiche, così da evitare atteggiamenti burocratici, carrieristici e individualistici fra i quadri del Partito. Questa situazione è particolarmente importante poiché tali contraddizioni sono connesse con la persistenza di elementi capitalistici nella società e alle pressanti influenze liberali nel contesto del conflitto con l’imperialismo”. Il presidente Xi Jinping già il 1° marzo 2012, durante il suo discorso all’inaugurazione del semestre alla Scuola Centrale del Partito Comunista Cinese, rimarcava come i comunisti cinesi debbano “applicare pienamente l’approccio di lavoro dalle masse alle masse” e opporsi fortemente “a varie forme di comportamenti dannosi, come il soggettivismo, il formalismo, l’abuso di potere per guadagni personali, la disonestà”.

Quando il compagno Xi Jinping avvertiva allora che “ci sono alcuni membri e dirigenti del Partito che, con l’espandersi dell’economia di mercato, hanno perso la propria chiarezza di visione e la padronanza di sé, essendo così incapaci di giudicare in modo corretto le questioni riguardanti i valori o di affrontare correttamente gli affari che coinvolgono interessi personali” dimostra lucidità di analisi e capacità di autocritica. La prassi attualmente in corso di incrementare gli sforzi per educare i quadri del Partito Comunista Cinese è secondo me corretta e in sintonia con l’insegnamento di Lenin sul Partito di avanguardia.

Accanto allo sviluppo materiale del benessere va enfatizzata quindi pure un’adeguata iniziativa culturale e ideologica per impedire che rinascano attitudini egoistiche fra la masse e i quadri del Partito che indebolirebbe la transizione al socialismo, mettendo in pericolo persino la sovranità nazionale della Repubblica Popolare Cinese e in questo modo anche quel futuro condiviso a cui anelano i popoli del mondo.

5. Il commercio non basta: ci vuole soft-power culturale, scolastico e mediatico

Lo sviluppo economico della Repubblica Popolare Cinese (grazie alle riforme avviate sotto la direzione del compagno Deng Xiaoping), gli straordinari risultati nella sradicare la povertà e la decisione del Partito Comunista Cinese di lavorare per costruire una società moderatamente prospera rappresentano una speranza e restituiscono vitalità alla prospettiva del socialismo mondiale. Ovviamente questo intimorisce l’imperialismo e le forze più reazionarie della borghesia europea che ha lanciato una pesante campagna razzista anti-cinese. Anche in un paese neutrale come la Svizzera nelle scuole, nelle università e nelle televisioni subiamo un intenso attacco propagandista basato sulla sinofobia.

La sinofobia non è solo razzismo contro il popolo cinese, è anche il rinascere dell’anti-comunismo che vuole indebolire la corazza ideologica del Partito Comunista Cinese, ma vuole pure impedire ai partiti comunisti minori esistenti in Occidente di alzare la testa. La fase storica impone di riscoprire un internazionalismo proletario di nuovo tipo. E’ ora di importanza vitale, per i partiti comunisti. di discutere con franchezza su come rilanciare la battaglia delle idee, affinché l’egemonia culturale del marxismo-leninismo possa avere la meglio sulle classi popolari dei paesi capitalisti e sui giovani.

Per fare questo è necessario agire sul soft-power! Innanzitutto intensificando gli scambi fra partiti nell’ottica di un maggiore coordinamento politico fra i comunisti cinesi, svizzeri ed europei, anche sul piano della formazione dei quadri politici con scambi di personale e di documentazione. In secondo luogo sarebbe utile coordinarsi sul piano comunicativo affinché i contenuti (articoli, reportage, ricerche, ecc.) diffusi nei paesi europei sulla Cina, sul socialismo, sul multipolarismo e sulla Nuova via della seta siano coerenti e compatibili con le esigenze dei rispettivi partiti comunisti per farne avanzare il prestigio fra le masse abituate finora a recepire passivamente la narrazione mediatica filo-imperialista dei fenomeni storici, sociali e politici. Sul piano comunicativo occorrerà però anche investire nei mass-media in modo adeguato alla cultura del luogo (in Occidente si comunica in modo diverso che in Oriente), creando reti di contro-informazione fruibile alle larghe masse popolari con particolare attenzione alle generazioni più giovani che in Occidente vengono istupidite e omologate da nuovi modelli sociali edonistici, individualistici e consumistici: ciò disgrega la classe operaia e fa crescere l’anti-comunismo e l’ostilità verso la Cina. Oltre ai media, sarà utile accelerare il lavoro culturale e accademico: certo non ci sfuggono le leggi repressive che hanno colpito gli Istituti Confucio e altre realtà cinesi in Europa, ma questo era prevedibile perché l’imperialismo è feroce nel difendere i propri ingiusti privilegi: con la collaborazione dei partiti comunisti dei vari paesi si dovranno quindi valutare forme nuove per vincere questa forma della lotta di classe.

Bellinzona (Svizzera), 19 marzo 2021