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Intervento: "...allontanarsi consapevole dal folklorismo" PDF Stampa E-mail
Scritto da Aris Della Fontana   
Giovedì 08 Dicembre 2016 13:53

Credo che la strada sulla quale ci siamo incamminati in questi anni sia quella giusta. Stiamo infatti tentando di toglierci di dosso un abito mentale caratterizzato dalla ricerca di un fantomatico e grottesco eccezionalismo. Un fenomeno di estetizzazione dell'azione politica che conduce a ritenere tutto ciò che ci sta attorno come radicalmente diverso da un'identità, la nostra, ritenuta pura, immacolata, esotica. È una concezione retorica e declamatoria della politica che conduce all'incapacità di incidere nella realtà, e con ciò alla perdita di credibilità e di serietà.

Èd è un fenomeno che fa a pugni con la storia dei comunisti. Togliatti, nel ricordare il giovane Gramsci, ne sottolineava proprio la capacità di configurare pensiero e azione al caso concreto nazionale, discostandosi da qualsivoglia massimalismo poltrone: «già allora – ci dice Togliatti -, in quelle prime conversazioni, il suo pensiero di socialista era un pensiero storicamente concreto, adeguato pienamente alla realtà, ed adeguato, prima di tutto, alla realtà economica, politica e sociale del nostro paese».

Quello che stiamo cercando di diventare è frutto di una scelta ben precisa: l'allontanamento consapevole sia dal folklorismo nostalgico e autoreferenziale, col suo sterile culto della memoria, sia dalla prassi "gruppettara" e dall'estremismo parolaio inconcludente. Dobbiamo gridare forte che non siamo né alieni, né utopisti che fantasticano, né emissari di un mondo che esiste già, muniti delle ricette per ricrearlo. Non c’è alcuna messianica missione da compiere, né un ineluttabile destino da divinare.

Nel contempo, tuttavia, dobbiamo mantenere intatta la capacità di muovere una critica radicale, senza sconti, alla società odierna, con le sue radicali, intrinseche contraddizioni. E dimostrare che ciò è prova di senso della realtà. Tanto com'è prova di lucidità il rifiuto di concepire il capitalismo come punto d'approdo definitivo della storia. Di fronte ad un presente che ambisce ad eternarsi, dobbiamo suscitare un desiderio di prassi, di alternativa, di futuro, diverso.

Ma dobbiamo anche essere consapevoli di camminare su un terreno complesso, intriso di contraddizioni e di ambivalenze. La realtà a cui ci confrontiamo ha una sua oggettività: ha delle regole di funzionamento che non possono essere ignorate: esse sono spesse, resistenti. Insomma, non possiamo plasmare a nostro piacimento ciò che ci sta attorno. Qualcuno penserà che il mio pensiero è pessimista, se non cinico. Tutt'altro, è precisamente la sincerità con cui vogliamo costruire una società più umana che ci impone di provare a farlo nient'altro che con questa realtà. Siccome solo il presente custodisce i germi del futuro, dobbiamo far fiorire il nuovo dal vecchio, costruire l'edificio del domani con i mattoni dell'oggi. E mai dimenticare che l'estremismo non consiste nella volontà di rivoluzionare la realtà bensì nelle modalità avventate con cui un tale progetto viene predisposto.

Per capire in quali limiti è confinato l'universo del possibile, e cioè per capire qual è il margine di manovra di una plausibile trasformazione della società, dobbiamo sprofondare nella realtà. Dobbiamo leggerne operosamente i processi, saperne ascoltare le pulsazioni e con ciò intravederne le tendenze. È questo che conferisce un carattere scientifico alla nostra prassi politica: la conoscenza è risorsa per l'azione. Dobbiamo fare interagire ambito globale, nazionale, cantonale e comunale. Entrare nel caso particolare, specificarlo, ma nel contempo connetterlo all'ambiente in cui è inserito, rintracciarne le parentele.

Fatto ciò, non dobbiamo temere la parzialità delle lotte puntuali, bensì fare in modo che esse, in qualche modo, alludano ad una prospettiva più generale di società alternativa. Dobbiamo essere critici ma nel contempo costruttivi: cioè essere in grado di indicare la modalità di risoluzione concreta delle contraddizioni di volta in volta evidenziate. Le nostre proposte devono essere applicabili e utili. E nel fare tutto ciò dobbiamo ricercare momenti di collaborazione, allargare il fronte di una determinata battaglia: infatti avere le idee chiare non costringe ad essere dogmatici o settari: non è incompatibile con un’etica dell’ascolto e con una ricerca di convergenze nel rispetto delle diverse prospettive.

È un lavoro immane, perché il suo campo d'azione è vastissimo e densissimo. Ed esso ci appare ancor più colossale se pensiamo alle caratteristiche dell'attuale fase storica, segnata dalla debolissima capacità egemonica delle forze di classe, il che è causa d'una carenza strutturale di militanza e di personale politico. Di fronte a rapporti di forza alquanto sfavorevoli, sarebbe illusorio pensare di poter conseguire un'interrotta catena di successi. Ma ciò non ci deve scoraggiare: le nostre energie, nei prossimi anni, vanno investite concentrandoci su alcuni temi prioritari e, nel contempo, impegnandoci a promuovere un lavoro di consolidamento, teorico e organizzativo, che, oltre a migliorare il lavoro del partito, sia funzionale ad intercettare le sensibilità di coloro che si trovano al suo esterno.

Una volta un compagno mi disse che non sarebbe mai riuscito a fare politica senza potervi trarre delle soddisfazioni: gli risultava dunque molto difficile continuare ad essere un comunista. Gli risposi che una soddisfazione – se in questo termini vogliamo esprimerci – c'è eccome: ossia quella di camminare nel solco di una tradizione gloriosa, lottando per mantenere viva la possibilità del compimento autentico della modernità: il benessere, per tutti e tutte, e la sparizione dello sfruttamento. Questo monito valga anche oggi!

 

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