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Intervento: "...la scuola pubblica e l'intervento dei comunisti" PDF Stampa E-mail
Scritto da Zeno Casella   
Giovedì 01 Dicembre 2016 19:42

Care compagne, cari compagni,

il processo di progressiva perdita di sovranità degli Stati nazionali in favore di organizzazioni sovranazionali assoggettate agli interessi del grande capitale, di cui si è già discusso in precedenza, è estremamente ampio e riguarda ormai quasi ogni settore delle pubbliche amministrazioni.
A questa logica non sfugge nemmeno l’istruzione, che come buona parte degli altri “beni comuni” è stata assoggettata a tutta una serie di politiche mercificatrici che hanno l’obiettivo di “esternalizzare” i costi e adattare il servizio pubblico alle esigenze contingenti del capitale privato.

Questo è evidentemente il caso dei sistemi scolastici pubblici, i quali sono stati reputati non più funzionali ad un mercato del lavoro in profondo mutamento: la globalizzazione economica e la rivoluzione digitale stanno infatti provocando una progressiva deindustrializzazione dei paesi occidentali, causando radicali trasformazioni nei rapporti di produzione. Assistiamo ad una progressiva polarizzazione delle mansioni lavorative, sempre più concentrate tra “profili” altamente specializzati (e ben remunerati) da un lato e “profili” scarsamente formati (e con paghe sempre più basse) dall’altro. In parole povere, tutte quelle funzioni che non possono venir svolte da un computer o delocalizzate in un paese del Sud del mondo: ingegneri, avvocati, informatici, ricercatori da una parte e fattorini, donne delle pulizie, camerieri, impiegati di logistica dall’altra.

Tutto ciò determina naturalmente delle esigenze di formazione radicalmente differenti rispetto a quelle tipiche del sistema fordista vigente nel secolo scorso: da una politica di “massificazione” dell’istruzione, volta a creare un’ampia massa di lavoratori mediamente qualificati, stiamo quindi entrando nell’era della “mercificazione “ dell’insegnamento, in cui la scuola ha l’unico compito di sviluppare le “competenze di base”, le “competenze trasversali” necessarie a garantire quella “flessibilità” lavorativa sempre più centrale negli impieghi dell’economia globale del XXI secolo.

Per poter meglio indirizzare i programmi e le attività educative, il grande capitale preme inoltre per una maggiore decentralizzazione degli istituti scolastici, favorendo un’autonomia amministrativa che gli permetta di meglio “dialogare” con il sistema-scuola e di finanziare in modo mirato i propri investimenti in materia di formazione. Sponsorizzazioni, collaborazioni nell’attività scolastica, fornitura di materiale didattico, ecc. diverranno via via più importanti per il funzionamento dei sistemi scolastici occidentali (anche a causa del progressivo arretramento dello Stato in questo ambito).

Tutto ciò avrebbe però naturalmente delle gravi ripercussioni sul diritto allo studio e sul livello culturale dei cittadini.

In primo luogo, questo tipo di ristrutturazione dei sistemi scolastici causerebbe delle nuove profonde disuguaglianze nell’accesso al sapere e conseguentemente nell’accesso a posizioni professionali e sociali di prestigio. Le garanzie che oggi costringono lo Stato a fornire un’offerta scolastica omogenea verrebbero meno, e il fattore determinante degli equilibri nel sistema scolastico diventerebbero gli interessi del capitale privato: questo effettuerà però le sue scelte in funzione alla redditività degli investimenti e non certo di una ben poco redditizia democratizzazione territoriale e sociale della cultura. Vi è quindi il fondato rischio di assistere alla creazione di un sistema scolastico a due (o più velocità), con l’esclusione educativa, culturale e sociale di parti sempre più rilevanti delle fasce popolari e di intere fette del territorio cantonale. Le scuole di città verrebbero privilegiate rispetto a quelle di periferia o di valle e l’accesso alla cultura e al sapere verrebbe garantito unicamente ai membri della media e alta borghesia.

Relegando ad un ruolo secondario la trasmissione delle conoscenze e dei saperi critici, a favore di una ristretta gamma di “competenze” di base, la “nuova scuola” imporrebbe un terribile impoverimento culturale alle masse popolari, che non dispongono di altri strumenti al di fuori di quelli forniti dall’ente pubblico per accrescere la propria coscienza di sé e della propria realtà. Sostituendo la storia, la geografia, la letteratura, con delle indefinite competenze digitali, sociali, comunicative, si vuole privare il proletariato di ogni capacità di riflessione e di analisi critica, riducendone in modo sensibile il potenziale di trasformazione sociale. Lo sviluppo di una vera coscienza di classe diverrebbe un obiettivo sempre più difficile da raggiungere, in quanto questo tipo di istruzione non farebbe altro che rafforzare quei processi di polverizzazione sociale e culturale di cui già si è discusso in precedenza.

La progressiva perdita di sovranità nazionale, dicevamo, si manifesta anche in questo ambito attraverso tutta una serie di trattati e di direttive internazionali (ricordiamo in questo senso il ruolo centrale di organizzazioni come l’OCSE o l’UE) che condizionano anche i Paesi che non vi sono assoggettati. Emblematico è il caso del Trattato di Lisbona del 2000, che, benché vincolante solo per gli Stati dell’UE, ha condizionato le politiche scolastiche anche di paesi indipendenti come la Svizzera. La borghesia elvetica, ben conscia dei vantaggi che trarrebbe dalle riforme pianificate nei think tank del capitalismo globale, si è infatti adoperata per proporne un’implementazione a livello nazionale, segnatamente attraverso direttive federali e accordi intercantonali come HarmoS (cui il nostro Partito si era opposto con fermezza).

Quanto deve però farci riflettere è l’atteggiamento assunto dalla sinistra nei confronti di tali progetti squisitamente neo-liberisti e con evidenti implicazioni anti-democratiche (per non dire reazionarie). Nel nostro Cantone infatti la socialdemocrazia, che in passato aveva giocato un ruolo importante nel difendere la causa dell’istruzione pubblica e del diritto allo studio, sembra aver perso la bussola nella palude ideologica tipica del contesto post-democratico in cui essa stessa ci ha in parte condotto.

Il famigerato progetto di riforma intitolato “La scuola che verrà” altro non è che un’applicazione in versione light delle direttive che ho tentato di abbozzare in precedenza (ed in effetti esso rappresenta proprio la formula d’applicazione di HarmoS in Ticino). Sebbene vi siano alcuni elementi che possiamo reputare interessanti, quali ad esempio l’introduzione di una pedagogia differenziata o una minore rigidità nell’accesso alle formazioni superiori, l’impianto principale del progetto presentato dal ministro socialista Manuele Bertoli si basa infatti sui due assi descritti in precedenza: l’insegnamento per “competenze” e la progressiva decentralizzazione del sistema scolastico.

Se la fuga in avanti del direttore del DECS può anche non stupire più di tanto, visto l’orientamento politico del personaggio, appare invece estremamente contraddittoria la posizione del Partito Socialista e del suo ramo sindacale del settore, la VPOD. Anche se pubblicamente questi si schierano ancora in difesa della scuola pubblica e delle pari opportunità d’istruzione, nessuna voce si è levata in modo chiaro contro le proposte contenute nel documento governativo, dimostrando ancora una volta come la socialdemocrazia nostrana si sia appiattita ad una logica di mero corporativismo partitico, senza che all’interno del Partito stesso venga sviluppata un’analisi critica e approfondita, in ottica di classe, dei progetti politici promossi nel nostro Cantone.

Per quanto possibile, ancor più ambiguo appare il ruolo della destra: se escludiamo le proposte radicali (ma perfettamente coerenti e, in un certo senso, più facili da affrontare) degli ultraliberisti di AreaLiberale, il resto dello schieramento borghese non ha ancora lasciato trapelare quale sarà la sua posizione nei confronti del processo di riforma della scuola dell’obbligo. Tuttavia, possiamo immaginare che non siano pochi i deputati leghisti, pipidini e con ogni probabilità anche liberali che vedono di buon occhio la liberalizzazione scolastica proposta da Pamini e Morisoli.

Questo scenario è estremamente preoccupante per noi comunisti, in quanto ci ritroviamo a dover denunciare “in solitaria” i pericoli derivanti da queste politiche di riforma della scuola ticinese (seppur con l’appoggio trasversale di forze sindacali e associative indipendenti come il SISA o il Movimento della Scuola). Occorre quindi che il nostro Partito colmi quell’evidente vuoto d’analisi e di critica politica che il resto della sinistra ha creato in materia d’istruzione: occorre che noi si sappia reagire con forza all’apatia della socialdemocrazia ticinese, che si sappia costruire un fronte trasversale di opposizione alle politiche di mercificazione dell’istruzione, che si sappia utilizzare tutti i mezzi possibili per difendere la scuola pubblica e quel diritto allo studio che ancor oggi stenta ad essere applicato nel nostro Cantone.
Né le proposte neo-liberiste di AreaLiberale, né la loro versione edulcorata in salsa socialista: il Partito Comunista deve saper condannare con coerenza e sistematicità entrambe queste vie ad una “scuola nuova”. Sulla base del programma economico del Partito, noi comunisti dobbiamo saper proporre una valida alternativa alle proposizioni reazionarie tanto della destra quanto della “sinistra” di governo e costruire un modello di scuola che ponga al centro del processo di istruzione dei cittadini il diritto allo studio, lo sviluppo di una coscienza critica e il superamento della netta divisione tra formazione intellettuale e manuale.

Sotto il profilo operativo occorre quindi che si agisca sui seguenti fronti:

1.    Respingendo i progetti di riforma “La scuola che verrà” e “La scuola che vogliamo”;
2.    Diffondendo, attraverso i media e gli organi di comunicazione del Partito, la consapevolezza in merito ai pericoli per la democraticità dell’istruzione legati a questi progetti di riforma;
3.    Agendo, tanto all’interno quanto al di fuori delle istituzioni, per risolvere le problematiche che tutt’oggi affliggono pesantemente la scuola pubblica, tra le quali possiamo ricordare un’ancora forte selezione sociale tra gli studenti, la carenza di risorse e d’infrastrutture, l’assenza di spazi di partecipazione democratica da parte delle componenti della scuola, ecc.

Alcuni sbocchi immediati di lavoro potrebbero essere:
-    La creazione di fondi d’istituto per gli studenti in difficoltà (sul modello di quello esistente alla SCC), che vadano a finanziare tutte le spese scolastiche che le famiglie non sono in grado di sostenere (materiale didattico, gite, settimane polisportive, ecc.) e che possano costituire il primo passo verso una vera gratuità dell’istruzione;
-    L’abrogazione dell’art. 14 della Legge sugli aiuti allo studio, che prevede la possibilità di convertire in prestito un terzo delle borse di studio concesse per un master (proposta che potrebbe capitalizzare la relativa forza acquisita dal movimento sviluppatosi nello scorso settembre);
-    L’ampliamento della rete pubblica di asili nido e la creazione di un coordinamento cantonale che supervisioni la domanda e l’offerta di nidi di prima infanzia, sollecitando lo Stato a farsi carico di strutture in crisi o a crearne di nuove qualora ne venisse identificata la necessità.

In virtù delle considerazioni presentate in precedenza, vi invito quindi ad approvare la risoluzione “Riportare la scuola pubblica al centro del dibattito” e a impegnarvi in prima persona per permetterne un’applicazione quanto più efficace e mirata possibile.

Grazie!

 

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