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Intervento: "...analisi di classe non pietismo" PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Lucchini   
Mercoledì 30 Novembre 2016 12:58

Care compagne, cari compagni,

La risoluzione che come Direzione proponiamo qua oggi, vuole toccare temi d’attualità e riprendere alcuni degli assi di lavoro sul quale ci siamo mossi in questi ultimi anni sia dal lato analitico sia da quello pratico-politico.

In particolare il nostro Partito si è distinto per un intenso impegno d’analisi della politica internazionale. Abbiamo cercato però di farlo in modo pragmatico, realista, agendo concretamente e coerentemente sul terreno politico per testare le nostre analisi tutte le volte che questo è stato possibile.

Quante volte, compagni, per questo, a sinistra siamo stati accusati di “intellettualismo” o “di essere distaccati dai bisogni reali dei salariati svizzeri” proprio perché a ragion loro rivolgiamo molta importanza all’analisi e soprattutto all’analisi del contesto internazionale!

Come Partito Comunista però siamo convinti del fatto che la lotta sociale agisce su più piani, ad esempio esiste quella di genere, quella all’interno della nazione, e quella sul piano internazionale. E siamo convinti che, nella fase imperialista che viviamo, la contraddizione tra i paesi del centro imperialista e i paesi della periferia, lo scontro di classe tra queste entità, risulti preponderante. Per questa ragione riteniamo di conseguenza necessario posizionare il Partito in modo corretto in questa precisa articolazione del conflitto di classe.

E quanto è vero, compagni, che se le classi subalterne svizzere stanno vivendo un continuo regredire delle loro condizioni economiche e sociali - si pensi che mezzo milioni di persone in svizzera vive attualmente sotto la soglia di povertà - è anche perché a sinistra è mancato sempre più il soggetto politico capace di fare analisi, di avere conoscenza del reale e saper formulare da esso un percorso di trasformazione, alternativo, dello stato di cose presenti sul lungo periodo.
Questa risoluzione parte da una contestualizzazione analitica sull’Unione Europea, e non poteva non partire da lì, dato che questa è la sovrastruttura imperialistica che più ci compete per varie ragioni, non solo geograficamente ma anche per dipendenza economica; più del 50% delle nostre esportazioni sono destinate all’UE, e l’80% delle importazioni svizzere proviene da Stati membri.

Noi comunisti abbiamo una posizione fermamente critica sull’UE e la consideriamo come un’entità irriformabile. Riteniamo errata la posizione di molta sinistra che riconosce una contraddizione fra l’UE politica e l’UE economica, come se fossero due cose distinte, riteniamo sbagliato credere che “un’altra Unione Europa è possibile”, che ci si potrebbe impegnare politicamente lavorando nelle sue istituzioni per cambiarne l’impostazione economica strategica. Secondo noi, la politica dell’UE e la sua struttura economica sono in realtà due facce della stessa medaglia: solo un apparato istituzionale come quello dell’UE, sovranazionale, oligarchico, che limita la democrazia, che impone il proprio controllo sociale e repressivo sulla popolazione – ricordiamoci delle fasi più acute della crisi greca – solo un apparato istituzionale del genere può garantire un mercato comune di circa mezzo miliardo di persone basato sulla libera circolazione di manodopera a basso costo, basato su accordi commerciali che distruggono le economie locali, e basato su processi di deindustrializzazione forzata delle nazioni. Sono dunque gli interessi economici transnazionali che dettano la forma istituzionale dell’UE; non è dunque pensabile inserirci oggi nelle sue contraddizioni per favorirne un discorso politico-istituzionale di cambiamento. Noi comunisti consideriamo anche l’UE come un progetto che ha emarginato il ruolo degli Stati nazionali, e lo ha fatto allo scopo di ri-sottomettere le istanze del lavoro, che proprio all’interno dei parametri dello Stato nazionale avevano raggiunto il massimo delle proprie forze.

Per questo ribadiamo dunque il nostro NO all’adesione della Svizzera nell’Unione Europea e continuiamo a respingere con forza questo progetto politico-economico. In alternativa, riproponiamo con convinzione la questione nazionale come elemento essenziale per l’edificarsi di una nuova forma di cooperazione internazionale: il nostro non è dunque un NO a progetti aggreganti tra nazioni perché abbiamo una visione autarchica della società, anzi, auspichiamo invece un avvicinamento dei popoli e delle economie nazionali basato però su principi diversi, principi di sovranità, indipendenza, reciprocità, neutralità e multilateralità dei rapporti tra paesi sovrani.

Non dobbiamo avere paura di parlare di sovranità nazionale a sinistra, poiché esso è un principio del socialismo scientifico. Bisogna parlarne però nel modo giusto, da una parte per distanziarci da una certa destra che re-interpreta in chiave autarchica e xenofoba questo concetto e dall’altra per rimarcare la sostanziale differenza che esiste tra questo e il sentimento che prevale in ampia parte della sinistra occidentale, ovvero quello di un romantico cosmopolitismo, che però non è altro che l’altra faccia della globalizzazione frutto della vittoria del progetto egemonico statunitense.

Ma per essere realmente sovrani, come Svizzera, occorre evitare di essere dipendenti dal lato strutturale, cioè economico: si tratta insomma di procedere con una diversificazione economica e dei nostri partner commerciali. Il nostro paese deve diventare progressivamente meno dipendente da UE e USA e parallelamente intensificare la cooperazione con i paesi emergenti, in particolare con i BRICS e l’area Euroasiatica, nell’ottica di diventare un ponte fra l'Occidente in crisi e l'Oriente in ascesa.

Il nostro Partito, nel limite delle sue attuali debolezze, può lavorare su più piani affinché questo scenario si concretizzi nelle modalità e i fini da noi auspicati: a livello internazionale, dobbiamo essere pronti e aperti a stringere relazioni non solo con i partiti marxisti-leninisti ma anche con organizzazioni di altre culture politiche che in una determinata realtà geografica portano avanti tesi affini alle nostre nell’ottica della liberazione nazionale. Questo, per mettere a disposizione del Paese e della collettività le relazioni di amicizia con le forze sociali e le nazioni con cui abbiamo costruito legami di cooperazione: in primis quelle che vedono i comunisti essere al governo del paese o con altre funzioni di responsabilità e contrattualità.

A livello locale, dobbiamo renderci conto che esiste la necessità di costruire alleanze adeguate che sopperiscano ai limiti della nostra situazione organizzativa odierna. Non va quindi escluso a priori di costruire forme tattiche di fronte unito, non solo con chi si riconosce in una prassi anti-imperialista, ma pure con quei settori della borghesia elvetica che si vogliono svincolare dal dominio atlantico aprendosi ai paesi emergenti, e in particolare con quella piccola borghesia vittima, quanto la classe lavoratrice, dei monopoli del grande capitale internazionale.

Come sapete, sia sul piano internazionale che su quello locale, abbiamo fatto dei piccoli passi, abbiamo cercato di muoverci già concretamente, come Partito, nella direzione che dicevo poc’anzi. Quest’estate ad esempio abbiamo intensificato le nostre relazioni con i partiti e i governi di due paesi asiatici socialisti e anti-imperialisti, di cui abbiamo l’onore di avere dei rappresentati qua oggi. E cosa abbiamo fatto in questi paesi? come si è mosso il Partito? Abbiamo chiarito fin da subito che noi comunisti svizzeri vogliamo essere utili, che il nostro impegno è aiutare i paesi socialisti a rafforzarsi anche economicamente e commercialmente, secondo le loro necessità e indipendenza. Perché se si rafforzano i paesi socialisti, si rafforza il socialismo, e di conseguenza ci rafforziamo noi. E noi ci rafforziamo non solo perché si rafforza il socialismo, ma anche perché noi diventiamo dei referenti per questi paesi in via di sviluppo, e se diventiamo questo, se riusciamo a diventare un ponte tra gli interessi dei paesi socialisti e gli interessi degli investitori svizzeri aperti a questi paesi, allora acquistiamo credibilità, e così riusciamo ad incidere anche nel nostro paese, poiché avremo creato dei rapporti di forza anche rispetto alla borghesia svizzera. Ci hanno chiesto di promuoveremo il loro paese, la loro economia, le loro potenzialità economiche in Svizzera, e noi lo faremo. Questo è internazionalismo, compagni, un vero internazionalismo, non di folklore, basato sui fatti. Il lavoro in questo senso è molto e sarà sempre di più, stiamo già accumulando del know-how, delle conoscenze in questo senso, ma dobbiamo essere pronti a razionalizzare ancor più le forze poiché siamo ancora un Partito piccolo, ma questo compagni, è un asse di lavoro che io ritengo di centrale importanza e che ci aiuterà a crescere molto in futuro.

Vi porto un altro esempio in questo senso: il nostro Partito quest’estate è stato invitato ufficialmente a un incontro esclusivo e a porte chiuse fra una delle più influenti agenzie di consulenza commerciale e d’investimento e think-thank in occidente e gli imprenditori di maggiore successo del Nord Italia. Il tema dell’incontro era le potenzialità del mercato cinese. La cosa ci è sembrata un po’ strana all’inizio, ma il nostro invito era giustificato dal fatto che loro ci ritengono tra i più informati ed esperti conoscitori della realtà cinese. Non solo, questi ci hanno anche chiesto la nostra analisi sugli accordi di libero scambio che intercorrono tra la Svizzera e la Cina. Non era mai successo prima che persone legate alla destra e al padronato venivano a chiedere a noi opinioni di questa portata. Non dobbiamo farci illusioni, il loro avvicinamento è dovuto semplicemente a una questione di profitti, ma noi come comunisti dobbiamo stare anche in questa contraddizione, perché la priorità è il multipolarismo, l’avvicinamento alla Cina e agli altri paesi emergenti.

Nostro compito è anche quello di continuare a denunciare tutti i tentativi d’incremento della dipendenza Svizzera all’area atlantica:

1. come è stato fatto con l’ancoraggio del Franco Svizzero all’Euro; noi comunisti siamo stati gli unici a condannarlo a sinistra, poiché di fatto cedeva la sovranità monetaria svizzera, alla Banca Centrale Europea.

2. come è stato fatto quando abbiamo sostenuto l’iniziativa UDC per impedire la vendita delle riserve d’oro a paesi dell’UE e agli Stati Uniti, anche qui unici a sinistra,

3. e come quando abbiamo, per primi, lanciato l’allarme sui trattati di libero scambio TTIP/TISA, i quali oltre a significare un ulteriore peggioramento degli interessi di classe dei lavoratori, sono strumenti atti ad ostacolare l’ascesa dei paesi emergenti.

Come Comunisti svizzeri, riconosciamo dunque in una Svizzera indipendente, realmente neutrale, posta fuori dall’UE e dalla NATO una realtà interessante nell’ambito della configurazione internazionale che si sta delineando.

Sul piano internazionale, compagni dobbiamo rendercene conto, è in corso un epocale mutamento: nuove aree economiche, geopolitiche e finanziarie, come i BRICS e altri paesi emergenti stanno continuando a rafforzarsi, contribuendo così ad un arretramento del polo imperialista occidentale, il quale fa sempre più fatica a mantenere la propria posizione di egemonia a livello mondiale. Di fronte a ciò, l’imperialismo sta reagendo e reagirà con sempre più violenza.

Compito dei comunisti è fare in modo che questi mutamenti internazionali si consolidino in senso progressivo e pacifico in una configurazione del mondo multipolare, non più dunque unipolare, guidato dall’egemonia imperialista occidentale, bensì un mondo caratterizzato dalla convivenza di più aree geografiche ed economiche di simile influenza.

Al suo tendenziale declino, però, il polo occidentale sta già da tempo reagendo. Da una parte viviamo l’inizio di una guerra economica ai BRICS di cui il “blocco economico” alla Russia è solo un esempio lampante. Guerra economica ai BRICS che apre però a tutta una serie di contraddizioni interne alla borghesia stessa, che si divide fra una borghesia che si appiattisce su posizioni atlantiste e una borghesia che, con gradazioni diverse, ragiona in termini più “sovranisti”, che vorrebbe un’integrazione europea di altra natura e che vorrebbe un riavvicinamento ad esempio con la Russia. Compito di noi comunisti è quello di riconoscere tali frizioni e, se del caso, sapere sfruttare queste contraddizioni per smascherare il carattere reazionario dell’imperialismo, indebolirlo, e saper  egemonizzare un eventuale fronte unito che comprenda anche alcune frange della borghesia più “sovranista” (come ad esempio un fronte anti-UE) per portarlo su posizioni multipolari, cooperative e di pace. Dall’altra parte abbiamo la reazione più concreta e brutale dell’imperialismo a questi mutamenti globali: le guerre. 

Queste guerre si susseguono ormai a ritmo vertiginoso da alcuni anni: ’91 in Iraq, ‘99 in Jugoslavia, 2003 ancora in Irak, 2011 è toccata alla Libia (300'000 morti e paesi raso al suolo), Ucraina, Siria. Ed esse sono la causa principale della tragedia dei flussi migratori verso l’Europa.

Che ne pensi l’idealismo cosmopolita di certa sinistra, emigrare non è sostanzialmente mai qualcosa di positivo, compagni, è semmai conseguenza di condizioni quadro negative nei paesi di origine: e queste possono essere causate: o dalle differenze di sviluppo del capitalismo che crea e alimenta situazioni di povertà e disagio che poi spingono le persone a spostarsi per cercare un futuro migliore; o sono appunto le guerre e le ingerenze imperialiste a determinare gli esodi di massa.

Compagne/i, manteniamo e consolidiamo la nostra analisi di classe anche nel leggere i flussi migratori!

Il pietismo con cui a sinistra si affronta il fenomeno migratorio è perdente e si limita a un discorso banalmente umanitario e caritatevole, privo di alcuna valenza di classe. Che sia chiaro, per noi il diritto d’asilo è un indiscutibile caposaldo della cultura giuridica e umanitaria svizzera che va rafforzato. Va però anche ammesso che il carattere di massa delle migrazioni pone nella realtà problemi sociali che il padronato e la borghesia sfruttano per i loro interessi di classe. I flussi migratori, infatti, alimentano una “guerra fra poveri” fra migranti e residenti che provoca l’abbassamento delle condizioni di vita di entrambi, salari compresi, tutto a beneficio dei profitti.

Dobbiamo essere consapevoli però, che è difficile in questo momento far passare un’analisi di classe dei flussi migratori, (come d’altronde una qualsiasi altra analisi di classe). Se non ci si allinea a fare la mera carità, e si propongono forme di cooperazione concreta direttamente nei paesi colpiti, si viene tacciati per fascisti, “rossobruni”, e razzisti, come coloro che pur di non vedere arrivare i migranti sono disposti ad “aiutarli a casa loro”. È il pensiero unico borghese, è l’assenza della sinistra, lo sappiamo. Sta a noi, dunque, come Comunisti, il compito di orientare i nostri referenti di classe con le nostre analisi e consolidare in loro queste linee guida attraverso la prassi politica sul territorio.

Alle forme di carità come chi voleva ospitare 20'000 rifugiati siriani in Svizzera, dobbiamo rispondere con il nostro impegno affinché la Svizzera ristabilisca le relazioni diplomatiche e commerciali con la Repubblica Araba di Siria, e dobbiamo rispondere affinché la Svizzera sostenga la gestione dei campi profughi in loco o nei paesi confinanti, a partire ad esempio dal Libano, per permettere, una volta tornata la normalità, un rapido rientro in patria dei cittadini fuggiti dalle devastazioni dei terroristi armati dall’imperialismo.

E alle farneticazioni xenofobe della destra che si limitano ad un “aiutiamoli a casa loro”, dobbiamo rispondere mettendo al servizio di tutti, autorità comprese, le nostre relazioni di amicizia con i governi progressisti e secolaristi allo scopo di contribuire a trovare soluzioni comuni, ad esempio facendo conoscere alle nostre latitudini, come abbiamo già fatto in passato con l’Ecuador, i programmi di rientro in patria che alcuni governi progressisti stanno allestendo per le rispettive diaspore. Dobbiamo intensificare le forme di cooperazione con questi paesi, e più in generale, mostrare la necessità di una nuova cooperazione internazionale, anti-imperialista, win-win, per il commercio equo e il multipolarismo, non solo come possibile soluzione al problema dei flussi migratori, ma anche come una virtuosa e arricchente pratica in cui la Svizzera può giocare un ruolo di primo attore.

 

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