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Tesi Congressuali - Insistere sull’organizzazione, costruire “community” PDF Stampa E-mail
Scritto da Direzione   
Martedì 25 Ottobre 2016 01:46

Documento politico per il 23° Congresso del Partito Comunista

Insistere sull’organizzazione, costruire “community” (scarica in formato PDF)



A – Riallacciarsi all’esperienza per migliorare l’azione del Partito

1.    Il presente documento non può che fare riferimento alle tesi approvate dai nostri ultimi appuntamenti congressuali. Dopo la decisione adottata durante il 19° Congresso (Locarno, settembre 2007) di modificare il nostro nome da Partito del Lavoro a Partito Comunista e la cesura ideologica – con la riscoperta del leninismo – rappresentata dal 20° Congresso (Bellinzona, giugno 2009); di fatto è solo con il 21° Congresso (Locarno, novembre 2011) e il 22° Congresso (Bellinzona, novembre 2013) che il Partito ha intrapreso la linea che oggi conosciamo. Le tesi di questi due ultimi Congressi non solo, nel complesso, sono tuttora valide, ma vanno conosciute da ciascun iscritto/a poiché costituiscono parte integrante del corpo ideologico del Partito Comunista  e rappresentano la condicio sine qua non per comprendere a fondo il presente documento e per attuarne dunque con successo le disposizioni nei prossimi anni.

2.     Nell’individuare le caratteristiche di fase dello sviluppo imperialista, l’ultimo Congresso  aveva analizzato, in sintesi, tre aspetti che riteniamo tuttora validi: a) lo sviluppo della produzione in una dimensione internazionale con la fine del modello fordista, da cui consegue una parcellizzazione della composizione della classe lavoratrice; b) una crisi del capitalismo occidentale che provoca sconvolgimenti non solo sul piano economico e sociale, ma anche istituzionale con conseguenti irrigidimenti neo-autoritari, finanche spinte belliciste e una rinnovata prassi imperialista; c) una chance di sbocco progressivo ai mutamenti geo-economici nel sostegno, da parte nostra, ai paesi emergenti, in un rinnovato spirito internazionalista che si distingua dal cosmopolitismo liberal in cui è invece finita ampia parte della sinistra europea. Per agire in modo fruttuoso è necessario ora rinsaldare alcuni concetti chiave che vediamo di seguito.

3.     L’analisi del contesto socio-economico post-fordista, la “polverizzazione” della classe lavoratrice nelle filiere produttive e gli effetti sempre più forti di disgregazione sociale avevano spinto il nostro Partito, tralasciando la precedente impostazione del partito di massa, a concepirsi come struttura d’avanguardia, ossia un partito di quadri con, però, una funzione e una vocazione di massa. In sostanza non un gruppuscolo che si trastulla nel minoritarismo e che si felicita del suo essere realtà di mera testimonianza, ma partito politico serio che, per quanto numericamente piccolo, sappia già sin d’ora parlare alla massa (termine peraltro da relativizzare in un contesto post-democratico) e porsi nella prospettiva di una sua futura organizzazione. Tale impostazione, la priorità data cioè alla qualità prima che alla quantità, non va modificata. Tuttavia, pur mantenendo salda una linea ideologica che non ci faccia deragliare strategicamente in caso di crescita, occorre saper coinvolgere altre realtà sociali che possono esserci alleate in questa fase: la decisione dello scorso anno di iniziare ad aprirci ai piccoli imprenditori è in tal senso corretta. Questa modalità, in un contesto di arretramento della sinistra, ci è utile peraltro anche per accumulare intelligenze ed esperienze diverse all’interno di un apparato politico di avanguardia e di trasformazione come deve essere un partito che si vuole comunista oggi. Da qui la volontà di rafforzare ulteriormente il coinvolgimento di giovani studenti che possano aumentare le competenze del Partito e così diversificarne e migliorarne le proposte.

4.     Il processo della “normalizzazione”, che ha costituito negli ultimi anni uno dei pilastri del rinnovamento del nostro Partito, sta lentamente dando i suoi frutti: oggi i comunisti, sicuramente più di prima, sono parte legittima del dibattito politico democratico del Paese. Non significa ancora che il nostro impegno si possa dire ultimato, tutt’altro: ancora oggi infatti la borghesia cerca di relegarci al mero folclore, ma la situazione è sensibilmente migliorata rispetto al recente passato. Va peraltro detto che gli ostacoli a questo processo arrivano anche (e a volte soprattutto) da sinistra: individualità e gruppuscoli (naturalmente subito mediatizzati) che si dilettano a sfoggiare una retorica massimalista e un metodo “ribellista”, quasi felici di essere marginali, non aiutano chi, come noi, si ostina a voler dare al termine comunista e al simbolo della falce e del martello quella dimensione di serietà, di responsabilità, cioè di capacità di incidere nella realtà, che il folclorismo e il purismo ideologico hanno rovinato.

5.     La strategia della “normalizzazione”, così come il concetto che ne consegue, ossia quello che abbiamo descritto come il “partito di governo ma non al governo”, partito che si ponga cioè in una dimensione non “parolaia” bensì costruttiva, va dunque perseguita ulteriormente. Ciò sarà però fattibile non solo lavorando su una migliore comunicazione verso l’esterno e razionalizzando sul piano organizzativo l’apparato partitico, ma anche – e forse soprattutto – intensificando la preparazione politica dei militanti. L’impegno di lavoro in ambito culturale, aggregativo e didattico deve cioè ricevere la giusta attenzione da parte del gruppo dirigente. Abbiamo infatti anche constatato nella nostra esperienza come la “normalizzazione” possa venir facilmente interpretata in senso opportunista, di omologazione al sistema e, in certi casi, addirittura di individualismo: occorre quindi ribadire non solo la metodologia del socialismo scientifico, ma anche la nostra identità leninista. Significative in tal senso è l’avvertimento del segretario dei comunisti cinesi Xi Jinping, secondo cui dimenticare la storia del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, dimenticare Lenin o i suoi successori, significa “innestare il nichilismo storico che confonderebbe i nostri pensieri e distruggerebbe il partito a tutti i livelli”.

6.     Accanto a questo tipo di lavoro, che assurge a costante di un partito che si vuole di quadri, vi è la necessità di determinare delle priorità di azione e radicamento, e di unire tutte le esperienze e le analisi dei precedenti Congressi in una narrazione coerente e in una strategia di sviluppo dell’organizzazione che porti a maturazione la definizione di una nostra via al socialismo. In tal senso l’elaborazione di una “Carta dei Valori” appare alquanto utile per dare vita a questo compito.



B – Attualizzare l’analisi della fase internazionale

1.    Possiamo definire la posizione attuale del polo imperialista come di “dominio senza egemonia”. Si è infatti ridimensionata in modo considerevole la capacità da parte del polo imperialista occidentale di garantire la propria posizione a livello geopolitico. Questo è strettamente dovuto a un arretramento sul fronte dei rapporti di forza economici e politici, risultato dell’emergere di aree economiche, geopolitiche e finanziarie che minacciano questo primato. Non bisogna però illudersi: il polo imperialista rimane ancora quello più potente. Esso infatti esercita il suo dominio sfruttando la potenza militare e le capacità di cooptazione politico-diplomatica, e disponendo di un tessuto economico che, nonostante considerevoli difficoltà strutturali, occupa sul fronte della tecnologia e dell'innovazione una posizione d'avanguardia; non da ultimo, la possibilità di disporre del dollaro quale moneta di riferimento internazionale, permette agli Stati Uniti numerosi benefici di politica economica sia interna che esterna.

2.    La flessione dell’egemonia statunitense è legata al tendenziale spostamento nell’epicentro dei processi di accumulazione di capitale principalmente verso la Cina e, in generale, verso i BRICS (Brasile, Russi, India, Cina e Sudafrica) e altri paesi in via di sviluppo, nonché al progressivo avvicinamento geopolitico di questi paesi che ha costituito un blocco dai consistenti rapporti di forza. Rispetto all’ultimo Congresso del nostro Partito, il processo di aggregazione politico ed economico di questi paesi si è accelerato, concentrandosi sulla necessità di svincolarsi dai diktat imperialistici allo scopo di favorire nuove forme di cooperazione internazionale basate sulla reciprocità dei rapporti fra paesi, sulla centralità di un’economia pubblica capace di favorire la crescita nei paesi del Sud del mondo e su una maggiore giustizia sociale. A questo scopo sono nate istituzioni sovranazionali alternative a quelle imperialiste, di cui La Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS è solo un esempio.

3.    Gli scenari sulla configurazione mondiale post-egemonia statunitense sono molteplici. Nonostante i BRICS stiano diventando la principale forza motrice dell’espansione economica e commerciale sembra che essi non abbiano nessun interesse ad esercitare un’egemonia imperiale, bensì a impegnarsi nel costituire un mondo realmente multipolare. In particolare, la Repubblica Popolare Cinese mostra la sua volontà anche attraverso il processo di internazionalizzazione del Renminbi, il quale avviene gradualmente e in chiave di stabilizzatore mondiale, evitando così l’accelerazione del declino del dollaro statunitense e favorendo anzi un dilatato processo di de-dollarizzazione del mondo. A preoccupare (ma non a stupire) sono piuttosto le risposte violente statunitensi e degli alleati europei a questa tendenziale transizione verso il multipolarismo: di fronte a uno scenario internazionale che vede aumentare le situazioni di conflitto, la transizione pacifica verso un ordine mondiale più equo assume oggi per noi comunisti un carattere prioritario.

4.     Nel contesto del declino della società occidentale, l’imperialismo sta comunque rialzando la testa e si presenta minaccioso più che mai nel tentativo di frenare l’avanzata di ogni seppur timida ipotesi di cambiamento geopolitico ed economico. Dopo aver diviso la Jugoslavia, e in particolare la Serbia; aver annientato l’Afghanistan, l’Irak e la Libia, esso continua la criminale destabilizzazione della Siria. Persino paesi storicamente alleati, come  recentemente la Turchia, possono diventare un bersaglio con attentati terroristici, guerriglie eterodirette e persino tentativi di golpe non appena osino disporre di maggiore autonomia. In Asia l’avvicinamento minaccioso alla Cina e l’occupazione militare da parte nordamericana della Corea del Sud continua, impedendo in quest’ultimo caso sia la firma del trattato di pace con la Corea del Nord sia la riunificazione della penisola. La guerra è addirittura giunta ai confini d’Europa con il colpo di stato di stampo nazifascista in Ucraina, le ingiuste sanzioni alla Russia e l’irresponsabile avanzamento della NATO in Europa dell’Est. L’America latina, poi, è vittima di una costante campagna controrivoluzionaria in cui l’ingerenza imperialista è palese: dal Venezuela in cui l’oligarchia organizza l’eversione e la guerra economica, alla Bolivia in cui si deve far fronte a problemi di separatismo e di destabilizzazione sociale, senza contare gli ostacoli al processo di pace in Colombia e la riuscita del colpo di stato in Brasile. Quest’ultimo in particolare va letto come un attacco esplicito al consolidarsi dei BRICS come polo di sviluppo alternativo a quello a egemonia atlantica.

5.    Non c’è bisogno di ripetere che la dissoluzione del campo socialista nell’Europa dell’Est e la conseguente fine della divisione del mondo in blocchi contrapposti, non ha affatto portato all’era di pace tanto pubblicizzata mentre il Muro di Berlino crollava, anche perché alla dissoluzione del Patto di Varsavia non è seguito lo scioglimento dell’alleanza militare opposta, la NATO, la quale anzi si è trasformata in un’istituzione di gendarmeria globale al servizio dell’egemonia unipolare esercitata dall’imperialismo a guida statunitense, responsabile  come abbiamo visto di una lunga trafila di guerre. Senza contare i colpi di stato eterodiretti che in alcuni casi si sono trasformati in guerre civili che durano ancora oggi. Come se non bastasse gli USA stanno aumentando il budget per incrementare la loro occupazione militare dell’Europa e non diminuisce lo spostamento di truppe verso Oriente. In questo contesto pericoloso di continue provocazioni una fetta molto importante di sinistra – accecata dalla faziosità di molti mezzi di informazione che confondono gli aggrediti con gli aggressori, e ridottasi a ragionare con categorie culturali tipiche dell’atlantismo liberal – esprime posizioni alquanto discutibili; tanto da giungere ai casi estremi in cui, sempre con il manto retorico dei “diritti umani”, esponenti socialisti svizzeri, oltre a pendere dalle labbra di quanto affermano note agenzie pseudo-umanitarie tutt’altro che indipendenti e anzi finanziate da istituzioni governative spesso statunitensi o israeliane, si spingono a celebrare i golpisti brasiliani nostalgici della giunta militare degli anni ‘70 oppure a sostenere la rete di scuole private legate alla setta islamista di Fethullah Gülen presenti in Svizzera.

6.     I comunisti sanno che la Russia odierna è capitalista e che al suo interno vi sono forti contraddizioni sia di classe sia culturali, ma questo non ci impedisce di riconoscere pragmaticamente che la sua politica estera rappresenta, per ora, un freno all’imperialismo atlantico e dunque a quella che oggi è la contraddizione primaria per chiunque voglia lottare concretamente per la pace e il multipolarismo. La russofobia fomentata dai media occidentali sta raggiungendo toni da “guerra fredda” e ciò è preoccupante perché dimostra di aver intaccato anche la capacità di discernimento della stessa sinistra. Tutto ciò serve solo agli interessi degli USA che impediscono così che l’Europa (e il nostro stesso Paese) si avvicini troppo all’area euroasiatica. La lotta alla russofobia è oggi quindi un modo concreto di essere internazionalisti e anti-imperialisti, perché intorno a tale fenomeno si sviluppa in realtà l’odio contro tutti i paesi emergenti e un generale pensiero anti-comunista. Occorre far conoscere quei paesi che si vogliono emancipare dall’unipolarismo, diminuire la percezione di timore presente fra la popolazione abilmente orchestrata tramite i media, accrescere i legami anche culturali e commerciali per stemperare le contraddizioni politiche (quando non belliche).

7.    L’inserimento del Renminbi nel paniere delle valute di riserva del Fondo Monetario Internazionale (FMI) è la dimostrazione del continuo successo della “moneta del popolo” nel suo percorso di ascesa nei confronti della credibilità internazionale. La sua completa internazionalizzazione però – tra le altre cose – necessiterà dell’esperienza, dello status e della struttura finanziaria che solo i mercati finanziari europei più importanti possono dare. A questo proposito, sembra purtroppo ormai esclusa la possibilità che la Svizzera possa diventare il principale centro finanziario per il commercio di Renminbi: la Confederazione, agendo in modo “schizofrenico”, ha dapprima teso la mano alla Cina con l’accordo bilaterale di libero scambio ma ha poi optato per cedere la propria sovranità monetaria all'UE vincolando il franco all'euro, voltando così le spalle in primis ai cinesi e in generale ai paesi emergenti, per ulteriormente ancorarsi al declinante campo atlantico a egemonia USA. Tutto questo per fare poi nuovamente un dietro front con il voto del 9 febbraio 2014, che ha messo in “crisi” i rapporti con l’UE. Ad inizio del 2015 è peraltro giunta una nuova svolta, data dall’abolizione della soglia minima tra franco ed euro. Questa ambigua posizione del nostro Paese, sinonimo di un conflitto ancora irrisolto tra una fazione della borghesia svizzera piegata all’imperialismo atlantico e una invece più incline ad aprirsi ai paesi emergenti, ha mostrato una Svizzera non ancora pienamente posizionata in questo nuovo scenario internazionale e per questo ancora troppo inaffidabile per i paesi emergenti.

8.    Il nostro Partito ha dato molta importanza all’analisi del processo di finanziarizzazione dell’economia e in particolare al ruolo che gioca la creazione, l’accumulazione e la gestione del capitale fittizio su scala internazionale. Riteniamo ancora valida la nostra analisi per cui la crisi odierna sia profonda, strutturale e sistemica e prevalentemente una crisi di sovrapproduzione di capitale fittizio e, conseguentemente, una crisi del ruolo principe degli USA nell'economia internazionale (in particolare a livello monetario). L’assorbimento di quote sempre maggiori di capitale effettivo attraverso il capitale finanziario comporta ora un ridimensionamento del sistema finanziario globale che ha strascichi concreti anche in Svizzera e Ticino. A pagare anche in Ticino sono i lavoratori del settore bancario che progressivamente si ritrovano sempre più senza lavoro e con difficoltà di reinserimento nei settori dell’economia reale, e le Piccole e Medie Imprese (PMI), le quali faticano a ricevere il credito necessario per effettuare investimenti reali e rilanciare il ciclo produttivo. Come Partito riteniamo ancora d’attualità la richiesta di un piano occupazionale eccezionale per reindirizzare i lavoratori del settore bancario verso occupazioni nei settori reali dell’economia. Inoltre, riteniamo opportuno un progressivo ridimensionamento della piazza finanziaria, in particolare attraverso il graduale abbandono delle attività di gestione patrimoniale e speculative a favore invece di un maggiore controllo pubblico che sappia indirizzare le attività finanziarie alle PMI, ai lavoratori e ai poli di ricerca e formazione, favorendo lo sviluppo di sistemi produttivi ad alto valore aggiunto.

9.    Oggigiorno – specialmente in Occidente – viviamo la sempre maggiore diffusione di un sistema alternativo di creazione e gestione valutaria decentralizzata: quello delle cosiddette “criptovalute”. Sebbene esse, in Occidente, possano giocare un ruolo potenzialmente positivo diminuendo tendenzialmente il ruolo egemonico delle banche centrali e delle banche private nella creazione di moneta, e riducendo la intermediazioni degli istituti finanziari nei processi monetari, esse portano con sé il pericolo della loro reale gestione, la quale è di difficile decifrazione, e la cui indipendenza è poco difendibile dagli interessi dei grandi istituti finanziari che stanno infatti già oggi investendo molto per controllarne la diffusione e disporre così di un ulteriore strumento – per di più “sregolato” – al fine di incrementare il capitale fittizio nell’economia. Inoltre, esse sono sicuramente da vedere negativamente se utilizzate nei paesi socialisti come fonte destabilizzatrice del controllo democratico del sistema finanziario e del commercio estero.

10.    L’industria sta attraversando un periodo di indubbi mutamenti: in primis si cita spesso quello dell’automazione in ambito produttivo. Premesso che si tratta di un fenomeno storicamente già apparso, anche se in modalità diverse, esso non si trova attualmente ad uno stadio così elevato da rendere imprescindibile addirittura un cambio di paradigma nella socialità, arrivando a superare la più che mai attuale contraddizione capitale-lavoro. In tal senso il nostro Partito ha ritenuto affrettata e politicamente poco ponderata l’idea del Reddito di Base Incondizionato (RBI) avanzato da una sinistra molto liberal inserita completamente (e passivamente) in una visione destrutturata della società capitalista. Da parte nostra ribadiamo che estraniarsi dalle “brutture” del capitalismo e ritirarsi delle contraddizioni generate dal lavoro salariato non significa avvicinarsi al socialismo, che resta al contrario raggiungibile solo con la riappropriazione collettiva dei mezzi di produzione. E tuttavia, ciò detto, bisogna che il nostro Partito (e con lui tutta la sinistra e, soprattutto, i sindacati) lanci una riflessione sulle conseguenze che comunque i processi sia di automazione sia di digitalizzazione nell’industria comporteranno, al fine di non essere colti impreparati dall’evoluzione tecnologica e scientifica.

11.    Come discusso nella risoluzione affrontata durante la prima sessione di questo 23° Congresso, il nostro Partito si oppone all’adesione della Svizzera all’Unione Europea, che consideriamo una sovrastruttura imperialista. Linea politica che si fortifica di fronte al crollo di ogni illusione riformista interna a un quadro euro-compatibile, e la Grecia è lì a mostrarcelo. Non ripetiamo dunque qui le nostre motivazioni, ma alcune puntualizzazioni a seguito della cosiddetta Brexit sono doverose. Essa infatti ci permette subito di vedere come il disastro che era stato paventato con l’uscita britannica dall’UE non si sia finora verificato. In merito poi all’accesso al mercato europeo che da sempre rappresenta uno degli spauracchi utilizzati dagli europeisti, va detto in realtà che esso è garantito dagli accordi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio che non decadono dunque né con la Brexit né, per la Svizzera, qualora saltassero gli accordi bilaterali. Premesso che non sappiamo come la Gran Bretagna evolverà e se la Brexit sarà mai applicata realmente, come Partito Comunista non condividiamo l’isteria di certa sinistra che, in maniera spocchiosa, limitandosi a indignarsi per la propaganda xenofoba dei nazionalisti britannici, non ha voluto saperne di indagare il reale malcontento sociale rispetto ai diktat dell’UE, che ha spinto la classe operaia a schierarsi per il “leave”. Concordiamo piuttosto con i sindacalisti britannici che, una volta fuori dall’UE, essi potranno ripartire con il lavoro essenziale di ricostruzione della propria produzione nazionale e con la battaglia politica per reinvestire nei servizi pubblici o nazionalizzarli: tutto ciò, ingabbiati nelle regole dell’UE, si limitava a mero slogan declamatorio, oggi sono invece tornate questioni che, seppur politicamente difficili da raggiungere, nel contesto di ritrovata sovranità, dipendono dai rapporti di forza che la sinistra e i sindacati sapranno costruire. Senza dubbio un’evoluzione in senso progressista della Brexit resta un processo tutto in salita e non si può escludere che, di fronte agli errori della sinistra, sia la destra nazionalista a trarne vantaggio. Quest’ultima dovrà però ora dimostrare di saper andare oltre al populismo.

12.    Non si può negare che in Europa ci si trovi nel mezzo di una vera e propria catastrofe occupazionale con precarietà elevatissima e disoccupazione alle stelle. Se la Svizzera sta un po’ meglio dell’eurozona, non significa tuttavia che si possa tirare sospiri di sollievo: le situazioni di povertà stanno crescendo preoccupantemente anche nella nostra realtà e in un tale contesto la destra xenofoba fa incetta di voti, anche perché la sinistra, ad esempio su un tema sentito come quello migratorio, ha finora reagito perlopiù con modalità comunicative “pietiste” e un idealismo “no border” che non potranno però mai fare breccia nelle classi popolari oggettivamente in difficoltà. Dobbiamo opporci in modo netto alle ingerenze pseudo-umanitarie soprattutto militari (ma non solo) all’estero e difendere anzi la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati nazionali colpiti dall’imperialismo. In questo ambito si fa ancora troppo poco perché per prima la sinistra europea non ne è convinta, avendo interiorizzato teorie assurde come quelle che portano a sostenere il tribalismo, il separatismo etnico, ecc. Alla giusta indignazione per situazioni umanitarie fragili, bisogna quindi saper affiancare proposte di vario genere, come ad esempio il controllo politico dei movimenti di capitale: se infatti ci si limita alla carità e al romanticismo cosmopolita lo “scontro distributivo e occupazionale” descritto dall’economista Emiliano Brancaccio continuerà ad esprimersi solo fra lavoratori indigeni e migranti e il conflitto non potrà mai verticalizzarsi. Assume per questo un’importanza notevole la risoluzione discussa durante la prima sessione di questo 23° Congresso. Bisogna insomma saper affrontare le questioni principali relative al fenomeno migratorio: certamente in primis la concorrenza fra lavoratori sapientemente sfruttata dal padronato per indebolirne il potere contrattuale, ma non si può nemmeno negare i problemi di sicurezza che possono sussistere con la tratta di esseri umani da contesti particolari (oggi il Medio Oriente), così come il fomentare una sorta di “guerra di civiltà” che destruttura la comunità non necessariamente in modo progressivo.

13.    Le nuove potenze mondiali, che competono oggi per la prima volta sui mercati internazionali, sebbene diverse tra loro, presentano tratti simili. Esse infatti, vivono un periodo di forte industrializzazione economica che, essendo ancora nella sua prima fase, è caratterizzata principalmente da produzione a basso valore aggiunto. L’approccio occidentale di affacciarsi alla competizione internazionale sul terreno di un’economia in maggioranza a basso valore aggiunto, oltre ad essere strategicamente errata anche per gli stessi interessi capitalistici occidentali, porta con sé le inevitabili problematiche legate al dumping salariale e alla conseguente “guerra fra poveri” tra lavoratori, alla desertificazione industriale, dovuta sia alla delocalizzazione sia alla cessazione di attività non competitive, e al formarsi di monopoli. Al contrario, una visione strategica di lungo periodo concepirebbe una conversione della struttura economica verso una produzione ad alto valore aggiunto, che permetterebbe di immettere sul mercato prodotti e servizi internazionalmente difficilmente sostituibili, trovando così all’Europa il suo spazio nell’edificazione di una nuova divisione del lavoro propria di un mondo multipolare.



C – Quale ruolo della Svizzera del nuovo contesto multipolare? E quale strategia di sviluppo per il nostro progetto di società?

1.    Di fronte a un riequilibrio relativo nei rapporti di forza mondiali data dall’ascesa di nuovi competitori, è necessario capire quale ruolo potrà giocare la Svizzera nel nuovo scacchiere internazionale. Tendenzialmente la Svizzera è già orientata sui cardini di una produzione dal considerevole valore aggiunto: ed è su questa caratteristica che è doveroso puntare. In una configurazione delle relazioni internazionali di carattere multipolare, che è la conditio sine qua non per immaginare, in futuro, di poter parlar di trasformazione socialista della società, il nostro Paese può così giocare un ruolo da protagonista e crescere economicamente.

2.    La Svizzera può svolgere un ruolo di ponte tra Oriente e Occidente, sfruttando il know-how accumulato nel corso degli anni nella produzione di beni de-standardizzati ad alto valore aggiunto e mettendo a disposizione servizi efficienti (non da ultimo quelli di carattere diplomatico), per promuovere una nuova cooperazione internazionale nella quale i diversi partner – che agirebbero nell’ottica di conseguire “vantaggi cooperativi”, e non  “competitivi” – mettano a disposizione i rispettivi punti di forza, nella direzione di uno sviluppo globale complementare ed equilibrato.

3.    Per la Svizzera, un tale posizionamento internazionale significherebbe l’elusione dai diktat atlantici, nonché un’apertura ai BRICS e agli altri paesi emergenti e non allineati. In quest’ottica sono da considerare gli Accordi di Libero Scambio unilaterali tra Svizzera e i paesi emergenti (come ad esempio quello in via di discussione con la Repubblica Socialista del Vietnam) e Accordi di Libero scambio multilaterali, che favoriscono delle relazioni internazionali win-win, con un accenno particolare alla promozioni di posti di lavoro locali con alti standard sociali e l’incentivazione in Svizzera dei settori ad alto valore aggiunto. In questo senso, l’Accordo di Libero Scambio siglato con la Cina va nella giusta direzione nella misura in cui permette la diversificazione dei partner commerciali, importante per ridurre la dipendenza dalla sola area atlantica; al contrario degli accordi TTIP/TISA che, oltre a ridurre i diritti dei lavoratori e gli standard sociali e di qualità dei prodotti,  vincolerebbero l’economia svizzera al campo occidentale. Meno positivo nell’accordo con Pechino è invece lo scarso coinvolgimento delle PMI: esse sono troppo poco supportate nell’approcciarsi a tale potenzialità e vengono schiacciate dai grandi monopoli industriali elvetici che possono già contare dell’esperienza con i mercati asiatici.

4.    Traghettare lo scenario nazionale in questa direzione si lega ad una rimodulazione della relazione tra Stato ed economia: il primo deve tornare a “pensare” la seconda, nei termini di una programmazione dello sviluppo. Il processo auspicato di sviluppo di un’economia ad alto valore aggiunto auspicato potrà avvenire solo tramite riforme di struttura che favoriscano la sostituzione di un’economia post-fordista scomposta con un’economia della cultura e della conoscenza. Bisognerà cioè saper riconfigurare l’economia verso la pianificazione pubblica dello sviluppo di clusters tecnologici composti da PMI dedite alla produzione ad alto valore aggiunto. In questa nuova configurazione lo Stato dovrà saper recitare un ruolo centrale, dettando gli obiettivi strategici e le line guida dello sviluppo, aumentando gli investimenti nella scuola, nell’università e nella ricerca pubblica, i quali promuoveranno spirito critico e innovativo; coordinando così una “sinergia quadripolare” tra la stessa entità statale, i lavoratori, i poli formativi e le PMI. Una configurazione economica basata su prodotti de-standardizzati ad alto valore aggiunto rende fondamentale il ruolo del lavoratore e della sua formazione, la quale non potrà essere relegata come oggi ad un normale settore dell’amministrazione pubblica, vittima fra l’altro di misure di risparmio ben poco lungimiranti.

5.    La Svizzera dunque, sulla base della ristrutturazione economica nazionale e del collocamento geopolitico che abbiamo delineato, getterebbe le basi per la conformazione di condizioni quadro tendenzialmente favorevoli ad uno sviluppo dapprima realmente “neutrale” e poi potenzialmente non allineato all’imperialismo atlantico. L’evoluzione verso una Svizzera “non imperialista” dipende però non solo dall’egemonia che la sinistra saprà costruire, ma anche dal processo di nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia e, come abbiamo visto, da una chiara programmazione economica.

6.    Per incidere realmente nell’evoluzione dello scenario che si prospetta per il nostro Paese, siamo consapevoli, come Partito Comunista, della necessità di costruire alleanze adeguate che sopperiscano ai limiti della nostra situazione organizzativa odierna. Non va quindi escluso a priori di costruire forme tattiche di fronte unito, non solo con quei soggetti politici progressisti (anche se non per forza marxisti-leninisti) che si riconoscono in una prassi anti-imperialista, ma pure con quei settori della borghesia elvetica che si vogliono svincolare dal dominio atlantico aprendosi alle nazioni emergenti senza velleità di stampo neo-colonialista; e in particolare con quella piccola borghesia vittima, quanto la classe lavoratrice, dei monopoli del grande capitale internazionale. Non va però mai scordato che adottando tale tattica esiste il rischio di cadere nell’opportunismo interclassista: per evitare questo pericolo non bisogna mai appiattirsi alle contingenze ma assumere un ruolo pro-attivo, tentando di non lasciare l’iniziativa nelle sole mani della destra e avere bene in chiaro che il tutto si inserisce in una strategia di individuazione di quegli “obiettivi transitori” di togliattiana memoria nel processo di avvicinamento al socialismo.



D – Costruire “community”

1.     Nel contesto di crisi in cui versa il paradigma culturale socialista e di fronte all'inadeguatezza delle attuali forme di opposizione al sistema socio-economico dominante, è necessario ritrovare un progetto di società che sappia essere coinvolgente. Di fronte all'impostazione “totalitaria” del capitalismo, che sta occupando ogni spazio umano ed ecologico del pianeta, favorendo l'individualismo, l'egoismo, il consumismo e il saccheggio delle risorse, torna a farsi sentire il bisogno di ...“comunismo”.

2.     Il capitalismo post-fordista nel quale viviamo ha per base sociale l'individuo atomizzato che si differenzia unicamente in ragione del proprio grado di accesso alle merci. Ecco quindi che riscontriamo da un lato la continua parcellizzazione della classe operaia (che impone conseguentemente anche un cambiamento nelle forme organizzative partitiche e sindacali) e dall'altro il farsi strada di un paradigma post-democratico e di controllo sociale che apre le porte sia a forme di gestione neo-corporativa (dunque sempre meno partecipativa) del sistema, sia a prassi securitarie e di controllo sociale sempre più raffinate ed estese.

3.    Il mercato dovrebbe consistere in uno strumento al servizio della società: il luogo in cui i “liberi produttori” (Karl Marx) si incontrano e si scambiano i risultati del loro lavoro. Il mercato e la pianificazione economica non vanno visti di per se stessi quali strumenti o solo capitalisti o solo socialisti (Deng Xiaoping), al contrario devono essere utilizzati in modo bilanciato per sviluppare le forze produttive nel contesto del conflitto di classe. Oggi invece viviamo in una situazione in cui per assurdo è la società ad essere diventata una mera appendice del mercato. Il comunismo diventa quindi un'idea concreta per ridare centralità all'essere umano, la cui unicità non va individuata dal rapporto che esso dispone con le merci, ma bensì dal suo rapporto sociale nella comunità, cioè partecipativo, solidale e responsabile. Sempre più persone percepiscono in effetti il venir meno in questo modello di società dei propri rapporti umani, personali e collettivi. In questo senso si inserisce la necessità per il Partito Comunista di costruire un nuovo progetto sociale che abbiano sintetizzato con lo slogan “community”.

4.    Negli ultimi decenni la sinistra occidentale si è piegata al volere del paradigma culturale  individualistico. Abbiamo così visto prendere piede fenomeni spesso autoreferenziali di ribellismo piccolo-borghese dipinti da retorica anarchicheggiante, con una predominanza dei diritti civili individuali su quelli sociali e di classe. L'unico rigurgito comunitario, in apparente controtendenza, ha le sembianze – a volte quasi patetiche – di un “trade-unionismo” e di un “neo-operaismo” fuori tempo massimo. Nell'ambito della proposta politica concreta ciò si è spesso tradotto in una sinistra cristallizzata su posizioni economicistiche tipiche di una fase storica che ormai non tornerà più, cioè quella keynesiana. E nel contempo non mancano interpretazioni, altrettanto inutili, di una sinistra caritatevole più vicina a un ideale “francescano” che non a un'impostazione politica scientifica di conflittualità e dunque di trasformazione sociale.

5.    Siamo convinti con Karl Marx e Friedrich Engels che “solo nella comunità con altri, ciascun individuo ha i mezzi per sviluppare in tutti i sensi le sue disposizioni; solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale”. Comunità è però un concetto dialettico e dunque anche facilmente manipolabile: essa non deve essere naturalmente intesa come sistema chiuso, iper-protettivo e conservatore. La comunità gerarchica di “sangue e suolo” o di settarismo religioso non ci riguarda, comunità è per noi al contrario elemento di sostanziale democrazia, sempre più progressiva ed estesa, ma soprattutto cosciente, nonché una riscoperta dei legami umani. Comunità è peraltro un concetto organizzativo ricorrente nelle lotte di resistenza al capitalismo: dalle lotte – comunitarie appunto – contro le grandi opere che deturpano l'ambiente, alle lotte dei piccoli produttori contro le multinazionali.

6.    Siamo coscienti che il concetto di “comunità” non corrisponde in toto a quello di “classe”, che riteniamo tuttora non solo valido, ma anche prioritario e fondamentale per la nostra analisi. In questa fase storica in cui però la classe di riferimento dei comunisti sta subendo sconfitte micidiali e nel contempo viene continuamente destrutturata dall'evolversi del capitalismo, occorre lanciare un esperimento che consista nell'incorporare nel concetto più ampio di comunità, appunto, quello più specifico della lotta di classe. La comunità, tuttavia, deve sentire la propria comune appartenenza, come appunto nel caso della classe sociale. La comunità deve diventare quindi un soggetto che travalichi un aggregato di individualità che perseguono fini escludenti e personalistici, agendo come soggetto che si concepisca per sé e non solo in sé. Una comunità che produca un sentimento comunitario (un “noi”) che sia sentito e agito come tale.

7.    E' fattibile? Forse! Il rischio è certamente quello di finire con l'annacquare le posizioni più avanzate della lotta di classe. Nel contempo riconosciamo che si potrebbe anche aprire una grande opportunità, quella cioè di dare vita a forme di unità popolare che contrastino con vigore la transizione post-democratica, individualistica e mercificatoria della nostra società, portando la discussione sui valori del socialismo presso settori della cittadinanza non tradizionalmente legati alla nostra cultura politica. Un tentativo insomma di produrre egemonia culturale, evitando di lasciare le esigenze popolari di riaggregazione comunitaria a istanze reazionarie e a fenomeni egoistici para-leghisti.


E – Il Partito Comunista nell’evolversi della società post-democratica

1.    Nelle tesi politiche del 2013 l’assemblea congressuale del Partito ha voluto aggiungere un esplicito riferimento alla cosiddetta post-democrazia. Una fase, cioè, di svuotamento dello istanze democratiche (in primis il potere legislativo) e in generale dei luoghi del conflitto, di crollo della partecipazione diretta della popolazione (e di certo non ci riferiamo prioritariamente al calo del numero di votanti), di crescente individualismo (anche se mascherato – soprattutto nelle nuove generazioni di sentimenti progressisti – da visioni tendenzialmente buoniste e a volte persino moraliste di solidarismo mutualista), di crescita dell’anti-politica come paradigma culturale (la critica sterile ai partiti politici e alla loro dialettica interna), ecc. Questo clima, di cui il populismo è una componente pienamente integrata, non nasce per caso: è una precisa scelta di fondo delle élite a cui, come in altri momenti storici, la stessa democrazia liberale inizia ad essere percepita come d’ostacolo ai propri interessi di classe e alla (loro) “governabilità”. Il Partito Comunista non va dunque costruito come rappresentante populista di istanze proletarie, ma come nucleo di rivoluzionari preparati e dediti alla causa socialista, che si sappia poi inserire nei centri nevralgici della vita politica, economica e sociale del Paese. Va insomma oggi non solo ribadita la valenza centrale della politica rispetto al neo-qualunquismo, ma anche la centralità dell’aspetto formativo per i comunisti, da cui consegue pure la necessità di agire sulla sovrastruttura ideologica che castra la mente nel pensiero unico borghese e in cui, ad esempio, la coscrizione obbligatoria nelle forze armate gioca un ruolo troppo spesso sottovalutato.

2.    Lo svilimento graduale della credibilità delle istituzioni democratico-borghesi cui stiamo assistendo, per quanto un comunista possa teoricamente auspicarlo in ottica rivoluzionaria, in realtà, nel contesto attuale di crisi sociale ed economica e senza un’adeguata coscienza di classe (cioè senza partiti comunisti forti, sindacati radicati e movimenti di massa presenti), può solo dare origini a svolte autoritarie. Alvàro Cunhal, storico leader comunista portoghese, spiegava che l’interesse della classe lavoratrice è di lottare affinché “la dittatura della borghesia si eserciti attraverso le forme più democratiche possibili, poiché queste (…) le permettono di meglio (…) forgiare la sua unità, rafforzare le sue organizzazioni, limitare e indebolire il potere dei monopoli, conquistare le masse alla causa della rivoluzione socialista. Ecco perché si afferma che la lotta per la democrazia è parte fondamentale della lotta per il socialismo”.

3.    Nel nostro contesto è la battaglia per l’egemonia culturale a dover essere condotta dal Partito, ovvero una via democratica al socialismo, la quale non va però confusa con una illusoria via parlamentare. La strategia per l’egemonia è orientata a costruire ambiti di influenza nella società, prima che nelle istituzioni, ad esempio in associazioni di massa, nei sindacati, ecc. e ciò in primis attraverso il lavoro costante dei nostri militanti. Purtroppo la sinistra negli ultimi decenni ha abbandonato tutto ciò: affascinata dalla moda piccolo-borghese che ha voluto i partiti più snelli e ha imposto la supremazia della cosiddetta società civile, impregnata di individualismo e di spontaneismo, ai danni della partecipazione collettiva e organizzata. Si è distrutto così un intero patrimonio politico. Le sedi regionali di partito, le cooperative, le case del popolo, i centri giovanili, le associazioni collaterali, ecc. erano tutti luoghi di aggregazione che permettevano la costruzione di quelle “casematte” di gramsciana memoria su cui il movimento progressista esercitava un’influenza sulla società. Il nostro Partito non ha evidentemente la forza oggi per contrastare realmente questa tendenza, ma nel suo piccolo deve perlomeno orientarsi in una direzione corretta: capire come riattivare e in che modalità le nostre sezioni, come valorizzare ulteriormente la sede, ecc.

4.    Il Partito – compatibilmente con le energie militanti a disposizione – deve obbligatoriamente razionalizzare le proprie attività e concentrare le proprie forze cercando una propria originalità in ambiti che non siano già egemonizzati da altri. E tuttavia non bisognerà nemmeno – passando da un estremo all’altro – fare l’errore di settorializzarsi troppo: l’indicazione di Lenin di concepire il militante comunista come colui che è in grado di essere presente nelle lotte più disparate per orientare le masse verso una determinata prospettiva politica deve restare per noi attuale, così come l’insegnamento di Palmiro Togliatti che descriveva il Partito non come forza di mera propaganda, ma come intellettuale collettivo che sappia proporre soluzioni concrete ai bisogni della classe e della nazione. Così come importante è mai scordarsi che il conflitto di classe non sparisce e che, anche se oggi la società sembra anestetizzata e passiva sul fronte della lotta sociale, le contraddizioni emergeranno e anche chi sembrava “perso” sino a ieri, potrà prendere coscienza. Se vogliamo però che al momento opportuno i comunisti siano pronti e “riconosciuti”, bisogna continuare ad “esserci”, a farsi conoscere e mantenere dei legami di dialogo anche con quei lavoratori e quei giovani che oggi ci sembrano distanti da noi: l’esperienza diretta di un problema, e poi la lotta, hanno il potere infatti di mutare radicalmente certe sicurezze in cui oggi le fasce popolari sono inserite.

5.    L’operato all’interno delle istituzioni, segnatamente quelle comunali, rientra nelle forme di lotta che i comunisti devono sfruttare per avvicinarsi alla popolazione. Rifiutare un tale assunto significherebbe prescindere da un potenziale politico che, seppure nei limiti dell’ordinamento borghese, non può che ampliare il raggio d’azione del Partito. Il lavoro nei consessi comunali consente ai comunisti di dimostrare la loro capacità di incidere a tutti i livelli, come pure di entrare a più diretto contatto con le diverse problematiche. Alle rivendicazioni di lungo periodo vogliamo unire quelle più immediate, coraggiose e praticabili, che possano alimentare la nostra azione concreta e il clima di fiducia attorno al Partito. Non a caso abbiamo constatato che, laddove disponiamo di compagni sul territorio, rispettivamente di una presenza nei legislativi comunali, il Partito riscontra una maggiore facilità a radicarsi. Tali considerazioni, le quali, più in generale, denotano la capacità di sapersi muovere pur nelle contraddizioni del sistema capitalista, ci portano a ritenere la partecipazione alle elezioni come uno strumento che conserva tuttora la sua importanza. Il coordinamento dei consiglieri comunali, quale mezzo per assicurarne la coerenza, la credibilità e l’incisività nell’operato politico, assumerà pertanto un ruolo di centrale importanza. Ai rappresentanti del Partito è necessario venga dedicata una specifica formazione, che consenta loro di sfruttare al meglio i margini politici dei rispettivi consessi. Tanto più che, vista la media anagrafica del Partito, difficilmente vi è già stato modo di accumulare esperienza nel campo. Il coordinamento servirà inoltre a prestare un puntuale sostegno ai consiglieri comunali, in modo particolare quelli di recente elezione, nonché a seguirne costantemente l’attività. Ne consegue che, proprio per via degli scopi prefissati, uno scambio d’informazioni  fra gli eletti e il Partito si renderà assolutamente doveroso e con adeguato margine di tempo. Giova però ricordare che, se il coordinamento viene affidato al responsabile preposto, il lavoro politico non potrà che dipendere dall’impulso derivante da ogni comune. Un tale metodo organizzativo, basato su un coordinamento centrale e la presenza nei diversi consessi, si prefigge insomma di creare un quadro favorevole per il nostro lavoro nelle istituzioni nonché un’ulteriore occasione di crescita per i nostri militanti. Utile è non cadere nella mentalità di mera amministrazione in cui troppo spesso la sinistra cade sul piano locale e ricordare che i nostri consiglieri comunali non rispondono al gruppo consiliare in cui sono eletti, ma al Partito Comunista e alle sue linee politiche si attengono.

6.    Antonio Gramsci, in merito al processo di formazione del Partito d’avanguardia, sosteneva che esso fosse un “lavorio da cui nasce una volontà collettiva di un certo grado di omogeneità, di quel certo grado che è necessario e sufficiente per determinare un’azione coordinata”. In tal senso si inserisce la decisione di dotare il nostro Partito di una propria “Carta dei Valori” che a tale omogeneità, raggiunta con l’esperienza concreta degli ultimi anni, possa dare una sistematizzazione. Ciò sarà quanto mai necessario per tenere unito il nucleo militante in un contesto sociale dove sul piano ideologico siamo già entrati in una fase post-democratica, dove la retorica anti-politica si sta facendo strada, dove la centralità dei parlamenti regredisce a favore dei tecnocrati dipinti magari come “super partes” e la stessa borghesia, con la scusa dell’ingovernabilità, potrà abolire presto gli ultimi rimasugli di sistema elettorale proporzionale, spingendo il Paese verso un maggioritario che diminuirà la rappresentatività della società, che costringerà i partiti minori a entrare in grossi contenitori in cui conviva tutto e il suo contrario (come già oggi tendenzialmente sono i partiti governativi) per evitare la marginalità elettorale, dando così forza ai personalismi e scartando dal dibattito politico i contenuti programmatici, peraltro già attualmente affrontati in modo sempre più superficiale, sacrificati sull’altare della spettacolarizzazione oppure trattati con un piglio meramente amministrativo che impedisce ogni discorso di fondo sul progetto di società. Sempre Gramsci, peraltro, ci ha proprio insegnato che per costruire un vero partito rivoluzionario, ci vogliano tre componenti: “un elemento diffuso di uomini comuni (...) la cui partecipazione è offerta dalla disciplina e dalla fedeltà, non dallo spirito creativo”;  “un elemento coesivo (...) che fa diventare efficiente un insieme di forze che lasciate a sé conterebbero zero” e “un elemento medio che articoli il primo col terzo elemento, che li metta a contatto non solo fisico ma morale e intellettuale”.

7.    Già Karl Marx e Friedrich Engels affermavano che le idee dominanti in una società sono le idee della classe dominante: il dominio ideologico di quest’ultima si esercita oggi anche attraverso una fitta rete (perlopiù celata da apparenze filantropiche) di centri studi, think tanks, premi culturali, università e scuole non solo private, ecc. in ogni angolo del pianeta che agiscono per individuare i cervelli migliori e metterli al servizio dell’imperialismo atlantico. Possiamo parlare di una “guerra” per accaparrarsi i migliori profili intellettuali nelle varie discipline attirati non solo dal capitale, ma anche da incentivi di altro genere. I paesi della periferia subalterna faticando a raggiungere tali standard, hanno in questo modo minori chances di liberarsi, anche dal lato culturale, dal giogo neo-coloniale. Esso è peraltro un ambito strategico soprattutto in una società post-fordista come la nostra. Occorre dunque saper tracciare una mappatura di questi hub statunitensi, sionisti, ma anche quelli che fanno capo ai BRICS poiché qui si gioca un’altra partita decisiva nella lotta per l’egemonia culturale che determinerà l’evoluzione o meno verso il multipolarismo. In questo ambito i comunisti devono sapersi inserire con intelligenza, ritagliandosi degli spazi, consapevoli che la cultura è un ambito di lotta ideologica determinante nel passaggio dalla coscienza di classe in sé a quella per sé.

8.    Essere partito di quadri è la priorità, ma non va dimenticata la vocazione di massa: i comunisti devono anche sapersi porre nell’ottica di una convergenza progressista contro il capitalismo monopolista e globalista. Già da tempo il nostro Partito ha capito che non può essere un partito della sola classe operaia industriale: abbiamo rifiutato una linea esageratamente operaista  e condannato il revisionismo di tipo trade-unionista , abbiamo puntato molto sugli studenti, da un po’ meno tempo abbiamo iniziato a valorizzare settori professionali indipendenti e addirittura la piccola imprenditoria, abbiamo provato ad aprirci a tematiche non tipicamente “nostre” (dalla sicurezza informatica all’agricoltura), abbiamo esteso le nostre relazioni estere anche a settori non solo marxisti-leninisti. In questa direzione occorre proseguire certamente con molta cautela (per non snaturare il Partito), ma anche con determinazione: senza intercettare e unire ai lavoratori quei settori di società vittime anch’essi della globalizzazione, delle misure di austerità, dei grandi azionisti, ecc. che non automaticamente guardano ai comunisti non si potranno determinare enormi trasformazioni sociali e anzi il rischio è che la piccola borghesia locale nel contesto di crisi e di declino della società occidentale si schieri con la destra come avvenuto in vari momenti storici.

9.    Benché noi si riconosca le particolarità del Canton Ticino e della Svizzera Italiana e l’importanza del radicamento del Partito in questa regione del Paese, non abbiamo mai scordato che un progetto di trasformazione deve per forza avere una visione perlomeno nazionale. In questi anni siamo sempre stati propositivi nel contesto del sempre più arduo conflitto ideologico, politico e organizzativo sviluppatosi all’interno del Partito Svizzero del Lavoro (PSdL): l’idea lanciata nel 2011 di organizzare una nostra corrente (che convivesse democraticamente assieme alle altre di fatto già operanti) nel PSdL è stata pretestuosamente bloccata dall’alto; l’idea successiva da noi lanciata di una riforma in senso federalista del PSdL è stata pure scartata, mentre l’ipotesi di valutare, nelle relazioni fra PSdL e PC, l’adozione del sistema organizzativo dei comunisti spagnoli nella regione catalana è stata del tutto snobbata. Il rifiuto di ogni forma di trattativa da parte dei vertici nazionali del PSdL hanno compromesso l’unità stessa del partito, arrivando alla nostra espulsione nel dicembre 2014. Da parte nostra ribadiamo la vocazione a costruire con chi ci sta, con la gradualità necessaria, dentro e fuori le sezioni del PSdL, un percorso unitario che individui nell’anti-imperialismo e nel socialismo scientifico un minimo comune denominatore. Non rinunceremo a radicarci in altre regioni al di fuori della Svizzera Italiana, ma lo faremo responsabilmente cercando di evitare di entrare in dinamiche di competizione sul “nulla” con altre piccole realtà già presenti in un dato contesto geografico.



F – Sbocchi di lavoro

1.    Non vi sono in questa precisa fase storica le condizioni per costruire nel nostro Paese il socialismo in quanto completo sistema economico, sociale e politico. Tuttavia dalla situazione attuale possono partire delle trasformazioni sociali, per ora graduali, che potranno influenzare il corso della storia in senso rivoluzionario. Nostro obiettivo immediato, quindi, non è tanto la costruzione del socialismo, quanto piuttosto lo sviluppo di una Svizzera neutrale e non-allineata all'imperialismo, che possa giocare un ruolo chiave nel sostenere la realizzazione di un mondo multipolare che ripudi la guerra, il saccheggio neo-coloniale e che concepisca la pacifica co-esistenza di sistemi socio-economici differenti, pur non negando la lotta di classe. La nostra politica internazionale deve quindi essere improntata sull'idea “che cento fiori sboccino, che cento scuole di pensiero discutano” al fine di raggruppare intorno a un percorso plurale di liberazione nazionale e di emancipazione sociale vasti strati di popolazione (non solo la classe operaia), di organizzazioni e di nazioni, per frenare la principale contraddizione del mondo odierno: l'imperialismo! Bisogna quindi che il gruppo di lavoro sulle relazioni estere trovi una sua continuità e regolarità e sia uno strumento a disposizione dei compagni che si occupano di cooperazione internazionale.

2.    La nostra organizzazione giovanile ha svolto un compito straordinario fornendo a un Partito considerato “vecchio” e fino a pochi anni fa destinato alla scomparsa, quasi tutti i suoi attuali militanti e quadri, ma ora bisogna rilanciarla ricercando nuove energie e valutando anche nuove modalità organizzative facendo una ricognizione sul territorio per capire le necessità della nuova generazione. L’organizzazione giovanile va vista come una “scuola di comunismo” e non un luogo di generico ribellismo, la sua azione si inserisce nelle linee strategiche stabilite dal Congresso pur godendo di una sua autonomia organizzativa: aggregando cioè i giovani di sentimenti progressisti, fornisce loro gli strumenti adeguati del socialismo scientifico nell’ottica di renderli militanti marxisti preparati e dediti alla causa collettiva, che possano poi integrarsi nelle strutture del Partito, diventarne quadri politici e contribuire concretamente all'edificazione socialista del Paese. Importante è che la giovanile sappia esercitare una propria egemonia nei movimenti sociali più ampi, e non viceversa. I giovani,  non va dimenticato, non rappresentano però una realtà omogenea: al di là dell’importante fattore di classe e di provenienza, vi è un aspetto evolutivo da tenere in considerazione, poiché un adolescente di 15 anni e un giovane neo-laureato di 25 anni non hanno i medesimi centri di interesse: siamo però al momento troppo deboli per creare più strutture dedicate alle diverse fasce d’età, ben più razionale è scegliere invece un target adeguato su cui concentrarci per rilanciare la giovanile del Partito e proseguire passo dopo passo attraverso campagne tematiche in cui le nuove generazioni possano fare le prime esperienze d’azione politica, tenendo presente che la Gioventù Comunista non deve più agire da “mini-partito” come era invece utile fare nel momento del rinnovamento del Partito. La gioventù ha bisogni culturali, emozionali, aggregativi, sportivi, ecc. propri che il Partito deve prendere in considerazione e, nel limite del possibile, sostenere.

3.    Nelle scuole gli studenti comunisti lavorano prioritariamente nel SISA come sindacato della categoria con l’obiettivo di unirvi tutti gli studenti con una coscienza critica verso il sistema formativo e con una sensibilità democratica e sociale, e di spingere al suo interno la lotta su posizioni sempre più avanzate; quest’ultimo aspetto vale anche per i comitati studenteschi d’istituto. Il movimento studentesco è stato per anni il nostro fiore all’occhiello, lo deve rimanere; anche perché in Ticino sono stati proprio gli studenti, forse, la parte più attiva e costante della popolazione nella lotta sociale. Nelle scuole esiste un potenziale: l’aumento della selezione, i tagli all’educazione, ecc. toccano direttamente gli studenti e li mettono in relazione – anche se ancora in molti non se ne accorgono – con i problemi che quotidianamente vive la classe operaia. Gli studenti sono peraltro i futuri quadri politici, i futuri statisti, coloro che condurranno il dibattito non solo politico ma anche culturale e ideologico nella società futura: su di essi un Partito come il nostro deve quindi saper investire. Entriamo peraltro in un periodo in cui la scuola pubblica ticinese sarà oggetto di riforma: da un lato troviamo la proposta governativa de “La scuola che verrà” e dall’altro la proposta della destra liberista che avanza “La scuola che vogliamo”: ad essere del tutto assente dal dibattito è però la sinistra.

4.     Sul fronte sindacale nulla è sostanzialmente mutato rispetto a quanto discusso in occasione dell’ultimo Congresso: la composizione sociografica dei militanti non si può dire modificata e conseguentemente la possibilità di inserirsi, in modo consistente e con un preciso orientamento strategico, in tale ambito continua ad essere molto difficoltoso. Quello che si può però fare, oltre a continuare il buon lavoro svolto finora dai nostri compagni basati a Ginevra con l’antenna svizzera della Federazione Sindacale Mondiale, è censire i membri e i militanti per posto di lavoro e per affiliazione sindacale, migliorare il nostro coordinamento con le compagne e i compagni (pochi) che già oggi hanno ruoli sindacali e ciò, perlomeno, sul piano della reciproca informazione. Ultimamente vediamo un sindacalismo, perlomeno in Ticino abbastanza ideologizzato, che fatica a ragionare su prospettive di rilancio economico di fronte allo smantellamento di pezzi dell’apparato produttivo nazionale, ma anche ad essere propositivo verso nuovi ambiti nella produzione ad alto valore aggiunto. Il nostro Partito dovrebbe dare forma alle proprie analisi sul rilancio economico svizzero e sulle nuove forme di lavoro e di retribuzione (fenomeni della digitalizzazione dell’industria, ecc.) e coinvolgere gli attori sindacali nella riflessione. Il rischio è infatti, in caso contrario, di procedere con battaglie di retroguardia che finiranno per essere perdenti.

5.    Gli intellettuali giocano un ruolo importante come portavoce di idee e progetti, essi influenzano l’opinione pubblica ed è dunque strategico che ve ne siano di vicini al Partito. Ma già oggi il nostro Partito ha la possibilità di agire con maggiore incisività e minore autoreferenzialità in ambito culturale attraverso conferenze, tavole rotonde e dibattiti anche invitando personaggi di una certa caratura con cui abbiamo costruito relazioni nel corso degli anni. Accanto a ciò esiste l’attività editoriale di #politicanuova che entra nel suo quarto anno con esiti soddisfacenti e che, oltre a continuare le pubblicazioni della rivista e ragionare su una campagna di abbonamento, dovrebbe dotarsi di un sito internet proprio e di editare con maggiore regolarità – finanze permettendo – dei pamphlet tematici (come è stato il caso di “neoCOM”) eventualmente in collaborazione pure con altre case editrici o redazioni affini. La recente ristrutturazione del sito Sinistra.ch come portale di informazione progressista ha portato una buona crescita di letture, ma occorre una maggiore regolarità nel fornire notizie che possano fare opinione. Sono tutti strumenti mediatici modesti ma quanto mai vitali visto l’intossicazione culturale e ideologica del pensiero unico borghese che, in un contesto post-democratico, è sempre più forte e sempre migliore nel nascondere i propri intenti manipolatori: soprattutto i compagni più giovani devono essere preparati a questo, affinché riconoscano chi cerca di trasmettere concetti di parte facendoli passare per assiomi presuntamente neutrali. Accanto agli eventi e alle pubblicazioni, bisogna però anche – ed è una lacuna che dobbiamo risolvere – costruire un più adatto percorso didattico di formazione politica destinata in primis (ma non esclusivamente) ai militanti, e qui si pone peraltro la questione della riforma dell’ISPEC come centro studi.

6.    Per quanto concerne il conflitto di classe, motore dell’evoluzione della società, il socialismo scientifico prevede tre ambiti in cui esso si sviluppa: quello interno alla nazione che si caratterizza per la contraddizione fra capitale e lavoro, quello interno alla famiglia relativo alla questione di genere e quello anti-imperialista che sovrappone questione nazionale e lotta sociale. Nell’epoca in cui il capitalismo raggiunge il suo stadio egemonico, cioè nella fase imperialista, possiamo dire che la lotta di classe avviene oggi prevalentemente sul piano internazionale, ed è lì che il Partito Comunista non solo riscontra la contraddizione primaria, ma che in questi anni ha sviluppato delle competenze notevoli che possono essere messe al servizio del Paese. Occorre quindi che si investa ulteriormente per migliorare e concretizzare il nostro ruolo – già spiegato sopra – di trait d’union, come peraltro ci hanno fatto intendere i nostri interlocutori nei paesi socialisti ed emergenti. Il Partito dovrà sapersi concentrare sulle opportunità che, con una professionalizzazione di tale ambito di analisi potranno giungere, a tutto vantaggio della nostra indipendenza organizzativa e politica.

7.     Il tema della pace e delle forze armate continua ad assumere una valenza centrale: lo dicevamo già all’ultimo Congresso, evidenziandone il ruolo di pilastro (economico ancor prima che militare) della società svizzera. Nonostante fossimo reduci dalla sconfitta della votazione popolare per l’abolizione della leva obbligatoria, avevamo visto giusto poiché di lì a poco avremmo guidato – questa volta con esiti positivi – la campagna contro l’acquisto di nuovi aerei da combattimento, trovando persino una bella sinergia internazionalista con una analoga lotta condotta dai compagni italiani. Di recente abbiamo poi affrontato una lotta impari sulla riforma della legge relativa ai servizi di informazione (ricordando lo scandalo della schedature), legata a filo doppio con un certo modo di concepire l’apparato di sicurezza per il controllo sociale. Quello che oggi constatiamo è l’insistenza nello screditare gli obiettori di coscienza rendendo il servizio civile sempre meno attrattivo, il peggioramento delle condizioni di vita delle reclute nelle caserme e, l’ipotesi di un aumento della tassa d’esenzione per i giovani inabili al servizio: un accanimento continuo, insomma, pur di non perdere la presa sulle nuove generazioni. Il contesto mondiale come abbiamo già visto non è poi positivo, così come non lo è quello a noi più vicino: le discussione sul ritorno della coscrizione obbligatoria e sull’arruolamento forzato anche delle ragazze in alcuni paesi nordici, il recente spostamento di truppe italiane verso Est, lo scoppio della guerra in Ucraina, la lotta degli studenti tedeschi contro la presenza di reclutatori militari nei licei, ecc. uniti alla collaborazione militare fra Svizzera e Israele e la partecipazione elvetica sia ad addestramenti sia a missioni NATO devono preoccupare e rendere necessario un rinnovato impegno per la pace e contro il militarismo borghese. Purché sia chiaro che la lotta per la pace, se vuole essere davvero incisiva, deve avere la consapevolezza del fatto che la guerra è un fenomeno direttamente legato all’espansionismo di stampo imperialistico. Non basta, insomma, fare un discorso etico e umanitario: al contrario occorre agire sulle cause e rafforzare il Movimento Svizzero per la Pace – oggi basato a Basilea – può essere uno degli strumenti a disposizione. Il Partito, o soprattutto la sua giovanile, dovrà prevedere momenti di sensibilizzazione pubblica, ma anche corsi di formazione, nonché tornare a fare attiva propaganda fra i coscritti a favore del servizio civile.

8.    Il Partito dispone di vari documenti e ha alle spalle alcune campagne politiche, ora vi è la  necessità di meglio sistematizzarle in una proposta politica coerente: solo così si potrà infatti costruire una strategia adeguata di azione partitica. In tal senso il programma elettorale presentato alle ultime elezioni cantonali e federali va rielaborato per dare forma a un vero e proprio programma d’azione valevole anche al di fuori della mera competizione elettorale. Accanto ad esso bisognerebbe provare a dare un’impostazione più ordinata alle altre nostre passate campagne (scudo sociale, tassa dei milionari, piazza finanziaria) attraverso l’elaborazione di un programma anti-crisi. Utile potrà essere anche allestire degli approfondimenti su temi a noi particolarmente cari, a partire dalla scuola e da ultimo occorre iniziare a porsi il problema del Programma generale attualmente ancora fermo alla versione del 1991 ormai datata e non del tutto confacente alla nostra odierna evoluzione politica e ideologica.

9.    Noi come Partito Comunista abbiamo una vocazione nazionale, benché la nostra priorità resti ancora il consolidamento nella Svizzera Italiana. Di volta in volta, di fronte a occasioni che si potranno presentare, dovremo tuttavia trovare le formule adeguate per estendere la nostra presenza in altri cantoni. Immaginare di tradurre in modo abbastanza sistematico le nostre prese di posizione sia in tedesco sia in francese potrà essere un primo passo nella giusta direzione; così come una sfida da affrontare sarà quella di saper valorizzare la presenza studentesca ticinese nei cantoni romandi, così come provare a entrare in relazione con altre sigle sulla base di un appello per avvicinare i movimenti che, sparsi regionalmente, si basino sull’anti-imperialismo.

 

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