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Risoluzione: "UE, flussi migratori, anti-imperialismo, cooperazione e multipolarismo..." PDF Stampa E-mail
Scritto da Direzione   
Sabato 22 Ottobre 2016 01:42

RISOLUZIONE (Scarica in formato PDF)

Unione Europea, flussi migratori, anti-imperialismo, cooperazione internazionale e multipolarismo: una prospettiva socialista scientifica, non caritatevole.

 

1. L’Unione Europea: una sovrastruttura imperialista irriformabile!

1.1. Il Partito Comunista nel 2009 ha elaborato un documento politico chiaramente critico nei confronti dell’Unione Europa (UE) e in opposizione all’ipotesi di un’adesione della Svizzera alla stessa. A sette anni di distanza non possiamo che ribadirne i contenuti di fondo, pur invitando il prossimo Comitato Centrale a valutarne un aggiornamento. Restiamo insomma coerenti con il pensiero di Lenin, il quale – quasi profeticamente – affermava che “dal punto di vista delle condizioni economiche dell'imperialismo, ossia dell'esportazione del capitale e della spartizione del mondo da parte delle potenze coloniali progredite e civili, gli Stati Uniti d'Europa in regime capitalistico sarebbero o impossibili o reazionari”.

1.2. L’UE non è il prodotto di un movimento di popoli uniti sulla base di una storia, di valori e di interessi comuni: i popoli degli Stati che compongono l'attuale UE sono stati infatti sostanzialmente estranei al processo della sua formazione. Ad essere favorito è un discorso smaccatamente oligarchico, esplicitamente di classe, che svuota di significato le stesse istanze liberal-democratiche che la dovrebbero legittimare. Il processo di costruzione dell’UE ha comportato non solo cessione di sovranità, ma pure un deperimento clamoroso della democrazia e della partecipazione. Con programmi educativi come “Erasmus” e altre modalità propagandiste, Bruxelles, aiutata sciaguratamente da una parte della sinistra, tenta disperatamente di creare un artificioso collante culturale che compensi le ragioni esclusivamente economiche alla base della costruzione dell’UE.

1.3. Riteniamo errata l’analisi di parte della sinistra che vede una contraddizione fra l’UE politica e l’UE economica. Si tratta in realtà di due facce della medesima medaglia: non è affatto vero che gli interessi del grande capitale transnazionale sarebbero in contrasto con l’istituzione di un vero e proprio Stato europeo: ben al contrario solo un apparato istituzionale può garantire un mercato comune di circa mezzo miliardo di persone e lo può fare da un lato con il controllo sociale e repressivo sulla popolazione (come durante le fasi più acute della crisi greca e con la creazione di un futuro esercito europeo) o con la dipendenza economica (dalla libera circolazione di manodopera a basso costo ad accordi commerciali che distruggono le economie locali, passando per processi di deindustrializzazione forzata delle nazioni). Il ragionamento, dunque, secondo cui occorra oggi inserirci nelle contraddizioni dell'UE per favorirne un discorso politico-istituzionale piuttosto che quello “solo” economico sottomesso alle multinazionali, risulta inopportuno perché vende illusioni ai popoli europei e di fatto li disarma ideologicamente.

1.4. Più che il conflitto – peraltro veritiero – di stampo inter-imperialista fra USA e UE, l’aspetto centrale da considerare è che esistono nell’UE medesima contraddizioni inter-imperialiste fra gli Stati membri: fra coloro che si appiattiscono su posizioni atlantiste e coloro che, con gradazioni diverse, ragionano in termini più “sovranisti” e vorrebbero un’integrazione europea di altra natura. Benché sia opportuno che i comunisti riconoscano tali frizioni e, se del caso, le sappiano sfruttare per smascherare il carattere reazionario dell’imperialismo e indebolirlo, sarebbe illusorio credere che da lì possa sorgere la chance di riformare dall’interno l’UE in senso realmente democratico e capace di inserirsi pacificamente in un mondo multipolare.

1.5. Il carattere di classe e anti-popolare dell'UE è evidente anche dal punto di vista dei diritti dei lavoratori: quella a cui stiamo assistendo è una corsa al ribasso dei salari e delle garanzie sociali, oltre che una forsennata liberalizzazione di ogni settore economico, di cui sciaguratamente anche la Confederazione Europea dei Sindacati si rende complice e che lo stesso Partito della Sinistra Europea (di cui finalmente non siamo più parte) di fatto legittima. Il nostro Partito è stato il primo – quando anche a sinistra e sul fronte sindacale nessuno ne parlava – a lanciare l’allarme sui trattati TTIP/TISA negoziati segretamente fra UE e USA: essi hanno una valenza geopolitica offensiva nell’ottica di creare un mercato atlantico sempre più compatto per ostacolare i BRICS e in generale i paesi emergenti. Una parte irresponsabile della borghesia svizzera vorrebbe aderire a tali accordi: per il nostro Paese significherebbe rendersi schiavo di direttive economiche non solo disastrose per gli interessi di classe dei lavoratori, ma persino contrarie agli interessi nazionali di una Svizzera neutrale e indipendente.

 

2. Flussi migratori e crisi dei rifugiati: un’analisi di classe, non di carità!

2.1. Checché ne pensi l’idealismo cosmopolita, emigrare non è sostanzialmente mai qualcosa di positivo, è semmai conseguenza di condizioni quadro negative: nella “migliore” delle ipotesi sono le differenze di sviluppo del capitalismo a creare situazioni di povertà e disagio che spingono le persone a spostarsi cercando un futuro migliore; nella “peggiore” sono invece le guerre e le ingerenze imperialiste a rendere instabili i paesi di provenienza e determinando così esodi di massa. Le bombe “umanitarie”, le controrivoluzioni colorate (o di velluto) e le devastazioni ambientali hanno causato centinaia di migliaia di morti e l’esodo di milioni di persone. A ciò si devono aggiungere i flussi di ricchezza derivanti dallo sfruttamento neo-coloniale da parte delle multinazionali occidentali di risorse energetiche che impoveriscono l’Africa e arricchiscono l’alta borghesia europea e nordamericana.

2.2. Il buonismo con cui a sinistra si affronta il fenomeno migratorio è perdente e si limita a un discorso banalmente umanitario e caritatevole, privo di alcuna valenza di classe. Va invece ammesso che il carattere di massa delle migrazioni pone nella realtà problemi sociali che il padronato e la borghesia sfruttano per i loro interessi di classe, in primis permettendo lo svilupparsi di una “guerra fra poveri” che provoca l’abbassamento delle condizioni di vita per le fasce popolari: dalla ghettizzazione in quartieri abitativi periferici alla diminuzione dei salari, ecc.

2.3. Ribadiamo come corretta la risoluzione sulla situazione nella Repubblica Araba di Siria votata dal 22° Congresso del Partito Comunista (novembre 2013): a differenza di chi implorava di ospitare migliaia di rifugiati siriani nel nostro Paese, noi avevamo invitato la Confederazione ad agire con modalità diverse: oltre a ristabilire le relazioni diplomatiche e commerciali con Damasco, andavano sostenuti gli sforzi dei paesi confinanti, a partire dal Libano, per gestire i campi profughi e permettere, una volta tornata la normalità, un rapido rientro in patria di quei cittadini siriani scappati dalle devastazioni dei terroristi armati dall’imperialismo.

2.4. Il Partito Comunista – a differenza di altri soggetti politici più grandi e più piccoli nella sinistra svizzera – ha finora sempre difeso con coerenza il diritto d’asilo, e così farà in futuro. Riteniamo ad esempio che le domande d’asilo debbano poter essere presentate direttamente presso le sedi diplomatiche svizzere all’estero, limitando così il business dei passatori; mentre riteniamo che l’ultima revisione della legge sull’asilo favorisca l’aumento di clandestini e per questo l’abbiamo contrastata. Ma se il diritto d’asilo è un indiscutibile caposaldo della cultura giuridica e umanitaria svizzera, non lo sono gli abusi che tramutano tale diritto in un lascia passare per terroristi. E non è un mistero che sul territorio svizzero agiscono ambigue organizzazioni estere, alcune delle quali nascoste ignobilmente sotto simboli di sinistra, colluse con il narcotraffico e altre forme di corruzione.

2.5. E’ controproducente l’atteggiamento di superiorità “intellettualista” dell’area progressista emerso ad esempio nell’analizzare i voti operai su temi come il Brexit: arrivare addirittura a mettere in discussione il suffragio universale per i ceti popolari ritenuti incolti è una provocazione che spinge ampie fette di cittadini nelle mani della destra. Occorre arginare il pensiero razzista e xenofobo che si sviluppa fra le masse popolari nei contesti di crisi economica, naturalmente fomentato con abilità dal nazionalismo borghese che in momenti particolari può addirittura arrivare ad affidarsi al fascismo. Ma per farlo occorre anche ammettere e comprendere che queste tendenze si diffondono fra la classe operaia non perché quest’ultima è “ignorante”, ma perché oggettivamente un certo tipo di migrazioni in contesto capitalistico pongono problemi reali. Già Karl Marx e successivamente Friedrich Engels, peraltro, parlavano dei migranti (e degli inoccupati) come un “esercito industriale di riserva”, sfruttando il quale la borghesia poteva spostare a proprio favore i rapporti di forza nel conflitto sociale. Come comunisti dobbiamo ribadire che più di quella delle persone, è la libera circolazione dei capitali e la deregolamentazione del mercato del lavoro imposto dalle istanze globaliste (in particolare nel nostro caso dall’Unione Europea imperialista) ad essere all’origine della concorrenza fra lavoratori. Va costantemente chiarito che il nemico non è chi fugge, ma chi costringe alla fuga!

2.6. Una sincera prassi socialista scientifica non può quindi consistere nell’idealismo cosiddetto “no border”, che – spesso ingenuamente e in buona fede – arriva a sostenere strutture criminali che organizzano la tratta di esseri umani e creano fiumi di sans-papiers nei paesi europei alla mercé di un capitalismo sfruttatore e senza scrupoli. Così come non ha nulla di socialista o comunista adottare le visioni e le idee delle ONG atlantiche (da “Amnesty International” a “Human Rights Watch”, senza scordarci “Reportes sans Frontières”, ecc.) che strumentalizzano i diritti umani in modo unilaterale per giustificare le ingerenze imperialiste in paesi sovrani.

2.7. Il Partito Comunista si impegna con i suoi modesti mezzi a discutere con i partiti politici, i sindacati, i movimenti sociali e anche con i governi con cui ha relazioni nei paesi di provenienza dei flussi migratori per contribuire a trovare soluzioni a favore della convivenza pacifica, l’amicizia fra i popoli e la cooperazione anche economica, ad esempio facendo conoscere alle nostre latitudini i programmi di rientro in patria che alcuni governi progressisti stanno allestendo per le rispettive diaspore. Non solo: le nostre relazioni internazionali (ad esempio con le istituzioni secolariste e i partiti laici del mondo arabo) devono essere messe al servizio di tutti, eventualmente anche delle autorità, per intensificare le forme di cooperazione, pure su piani diversi da quelli meramente istituzionali e diplomatici che la Svizzera già dispone.

2.8. Occorre insomma una nuova prassi internazionalista che veda nella cooperazione win-win sul piano infrastrutturale, nel commercio equo e negli scambi sud-sud, nel multipolarismo sul piano geopolitico e geoeconomico, la sua più concreta implementazione. La Svizzera – per migliorare la propria credibilità quale trait d’union con i paesi emergenti – non solo deve interrompere il business del commercio di armi e distanziarsi nettamente dalla politica destabilizzatrice della NATO, ma anche impegnarsi per la cancellazione del debito dei paesi poveri. Per finanziare poi ulteriormente i progetti di aiuto allo sviluppo e per sostenere la gestione delle conseguenze delle crisi migratorie, andrebbe anche introdotta una modesta tassa sulle transazioni finanziarie (azioni, obbligazioni, derivati, ecc.) di un certo ammontare: perché mentre si discute di regolamentare la migrazione degli esseri umani, ci si dimentica che all’origine di tutto vi è una “migrazione dei capitali” quasi del tutto libera e incontrollata.

 

3. La sovranità è la base per una nuova cooperazione internazionale

3.1. La sovranità nazionale è un principio del socialismo scientifico e si differenza del sentimento che oggi prevale in ampia parte della sinistra occidentale, ovvero un romantico cosmopolitismo. Quest’ultimo nega il sentimento nazionale e non ha nulla da spartire con l'internazionalismo a cui invece i comunisti fanno riferimento. Perché gli operai, diceva Karl Marx, “devono conquistarsi il dominio politico, elevarsi a classe nazionale, costituirsi in nazione” benché non nel senso del nazionalismo borghese di stampo sciovinistico che corrobora l’imperialismo svizzero. Bisogna riconoscere che una Svizzera indipendente, neutrale, posta fuori dall’UE e dalla NATO costituisce una realtà interessante nell’ambito della nuova geopolitica che si va delineando e compito dei comunisti è spingere affinché questa situazione si sviluppi in senso progressivo.

3.2. Ma per essere realmente sovrani, preso atto che una svolta di tipo autarchico non è né realista né auspicabile nelle nostre condizioni, occorre evitare di diventare dipendenti dal lato materiale: si tratta cioè di procedere con una diversificazione economica e dei nostri partner commerciali. Il Partito Comunista lavora quindi, secondo le sue modeste forze, per sostenere l'intensificazione della cooperazione con i paesi emergenti, in particolare con i BRICS e l’area Euroasiatica, ma riconoscendo anche quei paesi poco noti o considerati che dispongono in realtà potenzialità da estrapolare. Per permettere tutto ciò bisogna che il nostro Paese investa nella ricerca, nell'innovazione economica (puntando sui settori ad alto valore aggiunto, sulle eccellenze tecnologiche e sulla preparazione culturale), rendendo così la Svizzera un ponte fra l'Occidente in crisi e l'Oriente in ascesa.

3.3. Il Partito Comunista ha fatto bene – unico fra i partiti della sinistra e i sindacati – a opporsi alla soglia minima fra il Franco e l’Euro, che consisteva nell’assoggettare la Banca Nazionale Svizzera (BNS) alla Banca Centrale Europea (quasi un’adesione virtuale al Trattato di Maastricht), scelta che metteva a repentaglio la sovranità monetaria della Confederazione. Coerentemente con questa impostazione abbiamo analizzato e sostenuto l’iniziativa UDC per impedire la vendita delle riserve auree della BNS. Rimarcavamo allora l’importanza dell’oro come bene rifugio contro le crisi dell’Euro e del Dollaro oltre che degli attuali mutamenti del sistema monetario internazionale. Non è un caso che mentre la BNS dimezzava le nostre riserve auree svendendo l’oro a prezzi irrisori, altri paesi più lungimiranti – fra cui, in primis, proprio quelli emergenti – hanno iniziato ad accumularne.

3.4. I limiti della neutralità svizzera ci sono però ben noti e, come comunisti, dobbiamo continuare a denunciarli. Tali critiche non sono orientate però all’abolizione di tale principio (come un certo massimalismo di sinistra forse vorrebbe), al contrario vanno interpretate come volontà di valorizzare la neutralità quale atout della politica estera elvetica. Nelle mani di quella parte di borghesia che opportunisticamente è pronta a snaturarla, la neutralità è infatti oggi troppo spesso piegata ai diktat di potenze estere. Il Partito Comunista rivendica invece che la Svizzera evolva verso un sistema di neutralità che – oltre a distanziarsi dalle prassi imperialiste (a partire dalle vergognose collaborazioni militari con la NATO) – sia compatibile con il senso indicato dal Movimento dei Paesi Non Allineati. Solo così potremo difendere la nostra sovranità nazionale da un lato e, nel contempo, contribuire a indebolire il giogo neo-coloniale cui sono sottoposti ancora troppi popoli.

 

4. La politica estera si fa partendo anche da qui...

4.1. La lotta sociale agisce su più piani, fra cui quello internazionale. Siamo convinti che la contraddizione centro/periferia risulti preponderante nella fase imperialista, occorre pertanto posizionare il Partito in modo corretto in questa precisa articolazione del conflitto di classe. L’ipotesi del ruolo svizzero nel contesto multipolare, così come descritto sopra, deve portarci nel prossimo futuro a elaborare una strategia sia per una trasformazione progressiva della società in senso anzitutto “non-imperialista”, sia per uno sviluppo del Partito come soggetto che sappia agire e incidere in questa dinamica.

4.2. Dobbiamo pertanto essere aperti a stringere relazioni non solo con i partiti marxisti-leninisti ma anche ad organizzazioni di altre culture politiche che in una determinata realtà geografica portano avanti tesi affini alle nostre nell’ottica della liberazione nazionale. Proprio nell’ottica di liberare il nostro Paese dal potere di quella parte di borghesia venduta all'imperialismo atlantico, e per costruire quindi relazioni di cooperazione economica con i paesi emergenti, il nostro Partito considera prioritario tessere fin da subito relazioni con i partiti e movimenti sociali attivi negli Stati BRICS e negli Stati ad essi alleati.

4.3. Il Partito Comunista si mette a disposizione del Paese e della collettività per intensificare le relazioni di amicizia con le nazioni con cui abbiamo costruito legami di cooperazione: in primis quelle che vedono i comunisti essere al governo del paese o con altre funzioni di responsabilità e contrattualità. Tale lavoro può anche svolgersi sul piano economico, perché siamo convinti che l’accumulazione primaria di capitale nei paesi in transizione è condizione per costruire il socialismo.

4.4. Lo scorso 19 settembre 2016 un gruppo di deputati dei partiti borghesi (primo firmatario Sergio Morisoli) ha depositato una mozione all’attenzione del Consiglio di Stato ticinese con lo scopo di istituire un Segretariato di Stato per la Politica Estera della Repubblica e Canton Ticino ed eventualmente una commissione del Granconsiglio. L’idea è buona e dovrà godere quindi del sostegno del Partito Comunista! Per quanto dal lato giuridico e istituzionale la politica estera competa alla Confederazione, occorre sfruttare le autonomie sussidiarie che i cantoni possono disporre in questo ambito, quanto mai necessarie oggi alle luce dei rapporti con le macro-regioni europee, l’area insubrica e i rapporti non sempre facili con l’Italia, ecc. ma anche nei rapporti economici coi paesi emergenti interessati a cooperare specificatamente con la Svizzera italiana.

4.5. Il Partito Comunista sostiene, coerentemente con tutto quanto sopra esposto, la necessità di offrire fin dalla scuola dell’obbligo un ventaglio ampio di corsi facoltativi di lingue emergenti: a partire dal cinese (rifacendosi agli istituti Confucio), il russo, l’arabo, ecc. E’ un investimento sulle nuove generazioni, appunto per costruire fin da subito una società che sappia interfacciarsi con i paesi emergenti. Ed è importante che ciò parta dalla scuola pubblica affinché tali opportunità non risultino confinate ai figli delle famiglie di classe sociale elevata che già hanno adocchiato la direzione in cui il mondo sta andando…

 

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