Il mondo si sta aprendo alla rivoluzione digitale con cui saremo obbligati ad interagire, coscientemente o no, volontariamente o no. Si tratta ad esempio dei fenomeni della robotizzazione, dell’intelligenza artificiale, dei cosiddetti big data e dell’internet delle cose. La combinazione di queste quattro grandi fonti d’innovazione entrerà in contatto, come tutte le grandi rivoluzioni dell’era industriale, anche con la rivoluzione energetica di cui le premesse sono già sotto i nostri occhi.

Questa rivoluzione digitale porterà quindi i suoi effetti in diversi ambiti: nel suo utilizzo, per dimensioni quantitative e qualitative, ma anche nella formazione e nella ricerca. Interrogherà perciò in profondità la società nelle sue interazioni economiche, sociali, culturali, professionali, politiche e persino nella partecipazione democratica dei cittadini. È fondamentale pertanto portare nel dibattito pubblico gli orientamenti che si intendono seguire per incoraggiare uno sviluppo sostenibile della tecnologia, troppo spesso presentata quale realtà neutra o meramente tecnica, quando in realtà essa ha un carattere profondamente politico.

C’è quindi tutto l’interesse di prendere il tempo per riflettere a come meglio gestire questa evoluzione che si presenta come inevitabile. Il processo della rivoluzione digitale deve essere quindi gestito politicamente, per evitare che venga completamente assorbito nell’orbita delle aziende private e degli azionisti che muterebbero il processo a loro favore, massimizzando il profitto a scapito dei lavoratori e di una democratizzazione dei processi di digitalizzazione. La tecnologia non deve essere di fatti un ostacolo, ma un’agevolazione del lavoro. Devono quindi essere supervisionati e garantiti in tal senso i diritti dei lavoratori. Una situazione tipo generata dall’intersecarsi dell’interesse privato e la rivoluzione digitale sono attività come Uber, dove i lavoratori non sono né dei professionisti e men che meno godono di garanzie lavorative adeguate.

Seguendo questa logica, è importante evidenziare la tendenza vigente a privatizzare dei preziosi canali d’informazione quali ad esempio l’accesso a Internet: la politica deve lavorare affinché questo possa essere un diritto per tutti.

A fronte di questi fatti, sorgono spontanee le seguenti domande: chi può controllare un oggetto connesso in remoto appartenente ad altri? E fino a che punto è possibile questo controllo? Chi ha accesso alle banche dati? Si ha ancora diritto a non essere connessi? Quali regole vi sono in merito alle attività digitali? Come incoraggiare delle buone pratiche digitali? La lista delle domande non è ovviamente esaustiva e – ne siamo coscienti – non può trovare risposte unicamente in un quadro esclusivamente cantonale. Tuttavia una rigorosa riflessione anche nell’ambito delle istituzioni cantonali, come già lo è in ambito sindacale, in merito allo sviluppo economico del settore digitale diventa impellente.

Con la presente mozione si auspica quindi:

1) che sia istituito un Osservatorio cantonale della rivoluzione digitale, il quale sia organo consultivo del Consiglio di Stato e composto – facendo adeguata attenzione al pluralismo politico e al coinvolgimento di esperti provenienti dalla società civile – di economisti, giuslavoristi, sindacalisti, ecc.

2) Tale osservatorio dovrebbe studiare l’evoluzione dell’economia digitale, anticipandone le applicazioni pratiche; valutare le ripercussioni socio-economiche dei nuovi modelli produttivi permessi dalle innovazioni digitali; proporre misure concrete per regolamentare gli attori economici ma anche per tutelare i lavoratori così come la popolazione in quanto utenti e consumatori.

3) Tale osservatorio, proprio per superare il ristretto quadro cantonale di cui sopra, potrebbe avvalersi della collaborazione di realtà internazionali già attive nell’ambito della ricerca in tema di digitalizzazione e che dispongono di una presenza nel nostro Paese, fra di esse segnaliamo a titolo di esempio la World Association for Political Economy (WAPE) e l’European Trade Union Institute (ETUI).

Per il Partito Comunista

Lea Ferrari e Massimiliano Ay, deputati in Gran Consiglio

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