1. Sotto la minaccia dell’esercito, il Presidente dello Stato Plurinazionale della Bolivia, compagno Evo Morales, è stato costretto ieri a rassegnare le dimissioni, così come il vice-presidente, compagno Alvaro Garcia Linera. Si tratta di un Colpo di Stato, che avviene secondo i tipici canoni delle ingerenze statunitensi e della strategia del “regime change” che, come comunisti svizzeri, condanniamo con forza.

2. L’estrema destra eversiva, supportata dall’imperialismo statunitense e da alcune ONG finto-umanitarie europee, dopo aver destabilizzato il Paese e aver provato a delegittimare Evo dipinto naturalmente – come tutti gli avversari degli Stati Uniti – quale “dittatore”, sta ora scatenando gravi violenze contro i socialisti, i comunisti, il popolo indigeno originario contadino e i funzionari dello Stato che in questi anni hanno permesso al Paese andino un importante sviluppo sociale, economico e partecipativo.

3. Anche le ambasciate cubana e venezuelana a La Paz sono state attaccate mettendo in pericolo la vita degli ambasciatori anche perché la Polizia nazionale rifiuta di intervenire in loro tutela, in spregio peraltro al diritto internazionale e alla Convezione di Vienna. A loro, che oltre ad essere diplomatici, sono compagni di rara generosità internazionalista, va il nostro pensiero di solidarietà.

4. La “colpa” del governo di Evo è stata quella di aver difeso la sovranità nazionale rispetto all’oligarchia boliviana venduta a Washington e alle multinazionali occidentali, di aver perorato la causa della ridistribuzione equa della ricchezza, e di aver collocato il Paese nel solco del multipolarismo e del processo di integrazione latinoamericana.

5. Gli indici di sviluppo sociale della Bolivia da quando Evo è al governo sono significativi: dal 2005 la povertà è più che dimezzata così come la disoccupazione. L’analfabetismo è scomparso. La crescita economica nazionale si attesta stabilmente sopra il 4%, ed è migliorato pure il coefficiente di Gini che misura la diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza. Il processo di nazionalizzazione degli idrocarburi ha inoltre permesso che l’80% dei profitti dell’estrazione del petrolio rimanesse nelle mani dello Stato per finanziari interventi massicci in ambito sociale.

6. Il governo boliviano, nell’ottica di porre fine alla dipendenza dalle esportazioni di materie prime e per una maggiore indipendenza rispetto alla catena di produzione internazionale di merci, stava procedendo anche con la nazionalizzazione della produzione di batterie al litio. Nell’ambito della preparazione dell’attuale “regime change” già nei mesi scorsi alcune organizzazioni dell’ecologismo massimalista, rendendosi strumenti della riforma “green” del capitalismo globale, avevano inscenato proteste contro la politica di sovranità energetica promossa da Evo Morales.

7. L’élite oligarchica del Paese, collusa con le multinazionali e l’imperialismo statunitense, ha dimostrato non solo il proprio razzismo che rifiuta di avere un presidente indio e per di più socialista, ma anche la propria totale estraneità alle regole della democrazia: di fronte alla sconfitta elettorale e alla disponibilità al dialogo di Evo, ha preferito passare all’azione con la violenza per sovvertire l’ordinamento costituzionale del Paese.

8. In Bolivia vi è in questo momento un vuoto di potere: tutti i ruoli chiave che la Costituzione prevede che entrino in linea di conto per la successione del Presidente, sono infatti vacanti. Nessuno, in questo momento, può costituzionalmente assumere incarichi di governo: i ministri sono costretti ad andare in esilio per non essere assassinati, e in questa situazione l’esistenza stessa dello Stato è messa in discussione. Ciononostante – naturalmente – il governo imperialista degli Stati Uniti ha deciso di riconoscere i golpisti. Il Dipartimento Federale degli Affari Esteri (DFAE), dal canto suo, ha diramato un comunicato stampa contenutisticamente debole in cui si chiede di fatto ai golpisti – che hanno costretto alle dimissioni con la violenza tutti le più alte cariche dello Stato – di tornare ad essere “democratici”.

9. La tradizione umanitaria e la neutralità impongono alla Svizzera ben altro, rispetto a quanto si legge dal DFAE: anzitutto di assicurarsi che l’integrità fisica del Presidente Evo Morales e dei funzionari del suo governo siano preservate; che le garanzie diplomatiche siano tutelate e e che sia garantita l’asilo politico qualora richiesto da qualsiasi cittadino boliviano, soprattutto i ministri deposti e i militanti perseguitati.

dichiarazione bolivia
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