L’esercito svizzero recluterà anche le persone transessuali. È una scelta che in realtà con la lotta alle discriminazioni ha poco a che fare.

Anzitutto perché il concetto si chiama “Diversity Swiss Army” (in inglese, fra l’altro, che non è lingua nazionale fino a prova del contrario), e dunque si insiste con l’etichettare i cittadini transessuali come “diversi” (alla faccia dell’integrazione di cui l’esercito si fa vanto).

In secondo luogo si tratta di un disperato tentativo per disporre di più effettivi. Al fuggi fuggi generale dei coscritti insomma si risponde non con riforme della leva ma con restrizioni sul servizio civile e con l’estensione della militarizzazione della società, così come lo sono i progetti di reclutamento forzato delle donne che regolarmente vengono messi in discussione.

Il dato è che le forze armate svizzere sono in crisi di numeri e di persone motivate. Al posto di mettersi in discussione e di riformarsi, lo Stato Maggiore Generale e il governo continuano a ragionare in termini di arruolamento di massa fra l’altro impiegando psicologi ed esperti di marketing per meglio “vendere” il prodotto ai giovani con forme di “corruzione” quali l’accesso a crediti universitari. Altro che patriottismo, insomma: qui si fa compravendita della stessa sicurezza nazionale!

Già oggi abbiamo una politica di promozione di ufficiali e sottufficiali presa alquanto alla leggera, infatti i casi di abusi e di incidenti nelle caserme stanno aumentando. Non si guarda alla qualità dei quadri ma si prende ciò che passa il convento!

La parità, lo diciamo a chi idealizza questa decisione pensando sia un passo avanti in termini democratici, in realtà si conquista nei diritti, mentre il servizio militare non è un diritto, è semmai un obbligo imposto per intensificare il controllo sociale sui giovani!

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