L’elezione in Brasile dell’ex-militare Jair Bolsonaro è la continuazione naturale del golpe istituzionale che ha visto prima destituire la legittima Presidente Dilma Rousseff e poi impedire, tramite un arresto arbitrario, la candidatura di Lula da Silva, che tutti i sondaggi davano in testa alle preferenze. Il clima della campagna elettorale è stato denso di violenza, con un attivista di sinistra assassinato proprio alla vigilia del voto.

Siamo di fronte a un grave sviluppo dell’offensiva verso i diritti dei lavoratori brasiliani e la concretizzazione di un programma di sfruttamento neo-liberale e di attacco sia ai diritti sociali sia alle libertà democratiche e ai diritti civili, con la promozione di valori profondamente reazionari e autoritari in Brasile. L’elezione di Bolsonaro rappresenta inoltre – al di là di quanto i media occidentali riferiscono – la rinuncia alla sovranità nazionale: il Brasile rischia ora di tornare a una politica di subordinazione all’imperialismo atlantico. Le politiche patriottiche erano infatti garantite proprio dal governo di sinistra rovesciato illegalmente nel 2016.

Vogliamo infatti ricordare che nonostante la disinformazione il governo del Partito Comunista del Brasile (PCdoB) e del Partito dei Lavoratori (PT) ha raggiunto traguardi di tutto rispetto per un Paese immenso: la mortalità infantile per malnutrizione si è ridotta del 58%, l’assistenza sanitaria prenatale è aumentata del 40%, l’aspettativa di vita è aumentata a 74,1 anni, 23 milioni di cittadini inizialmente esclusi del sistema sanitario nazionale sono stati assicurati grazie a programmi speciali, l’analfabetismo è sceso dal 12,3% all’8,4% e nel Nordest dal 24,2% al 16,9%, è cresciuto il tasso di istruzione a tutti i livelli con la scuola elementare che copre oggi il 98,3% della popolazione, il reddito del 20% più povero della popolazione brasiliana è cresciuto del 6,4% e il valore del salario minimo è aumentato del 72%. Senza contare quando nel 2014, mentre la sinistra svizzera (sia quella liberale sia quella trotzkista) accusava il governo di Dilma di preferire spendere soldi per i Mondiali di calcio e a scapito di altri settori, in realtà nei silenzio dei media, veniva varato il Piano Nazionale dell’Educazione che prevedeva l’investimento di ben il 10% del Prodotto Interno Lordo (PIL) a favore della scuola. Di fronte a queste cifre ci rammarichiamo che a sinistra qualcuno abbia negato il valore progressivo e patriottico della coalizione fra PCdoB e PT, commettendo così un errore strategico fondamentale!

Denunciando la responsabilità dei grandi gruppi economici e finanziari, dei grandi latifondisti e dei settori eversivi della destra militarista per il degrado della democrazia brasiliana, sottolineiamo che questo risultato è inseparabile dalla sistematica azione di disinformazione e di sostegno alla candidatura di Bolsonaro promossa dai grandi media attraverso anche i socialnetwork. Non possiamo fare altro ora che congratularci con il Partito Comunista del Brasile (PCdoB), il Partito dei Lavoratori (PT) e le varie forze democratiche e progressiste del Brasile che hanno appoggiato in modo unitario la candidatura di Fernando Haddad (PT) e di Manuela D’Avila (PCdoB) per l’importante risultato ottenuto di oltre 47 milioni di voti, nonostante le condizioni estremamente difficili. Ci felicitiamo anche del fatto che 15 Stati su 27 restino governati da forze politiche di centro-sinistra e di sinistra.

Ora però la delusione deve essere trasformata in determinazione per affrontare la nuova fase politica. Salutiamo l’appello del PCdoB a creare fin da subito un fronte unito nazionale in difesa della democrazia e della sovranità in Brasile. Dall’estero lanciamo invece noi l’appello affinché in Svizzera la solidarietà anti-imperialista si intensifichi e vi sia un occhio di riguardo verso i rappresentanti democratici della diplomazia brasiliana che verrano ora perseguiti, con la comunità brasiliana antifascista che vive nel nostro Paese, con i sindacati e i partiti democratici brasiliani, in nome di quella stagione di progresso sociale, di sviluppo economico sovrano e di cooperazione multipolare che si era aperta nel 2002 con Lula.

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