No alla riforma dell’educazione religiosa nella scuola pubblica

Intervento in Gran Consiglio del deputato Massimiliano Ay

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Presidente, Consigliere di Stato, Colleghe e colleghi,

da poco si sono ricordati i 200 anni di Karl Marx e mi si permetta allora, parlando proprio di educazione religiosa, di citarlo. Il fondatore del socialismo scientifico definiva la religione non tanto “l’oppio dei popoli” come banalmente si tende a ricordare oggi, la definiva piuttosto “il sospiro della creatura oppressa”. Un concetto molto bello, credo, che non nega, né umilia, il sentimento religioso ma lo inserisce nel contesto sociale e di classe di chi in esso intravvede una speranza. Tutto questo per dire che non vi è da parte dei comunisti un rozzo sentimento anti-clericale a prescindere, al contrario riconosciamo il fenomeno religioso come parte integrante di una società. E tuttavia questo elemento non è l’unico da rispettare: assieme alle religioni vi sono filosofie, pensieri, idee …e sono molte: il progetto che oggi discutiamo esclude però dalla nuova lezione le dottrine secolari quali l’ateismo, l’agnosticismo o la filosofia della prassi, cioè il materialismo dialettico.

Si dice che questa nuova materia è utile come antidoto all’intolleranza, ma ci si illude, perché l’intolleranza ha origini più complesse e non si limita all’aspetto religioso ma riguarda soprattutto le differenze economiche e sociali che producono poi i conflitti anche sul piano della sovrastruttura culturale. Non c’è bisogno di una lezione in più, contro l’intolleranza, c’è bisogno di un percorso globale per davvero affrontare questo problema con le nuove generazioni.

Si dice che questa nuova materia sia improntata sul rigore scientifico, già ma poi prevede una discriminazione a tutto vantaggio del cristianesimo: un anno intero su due è dedicato ad esso e l’ordine cronologico con cui si trattano gli altri monoteismi (ebraismo ed islam) non corrisponde al dato storico, quasi a mostrare che sì, è Storia ma che comunque l’influenza della Chiesa c’è e si deve sentire. L’intervento delle Chiese nella definizione del piano di studi di questa nuova materia pone per noi un problema: invitiamo quindi il governo a chiarire che non vi sarà alcuna ingerenza della Curia nella scuola pubblica, a tutela della laicità del Paese.

Diciamo però anche No alla lezione confessionale in quanto la religione è una questione privata e non dovrebbe essere compito della scuola pubblica e laica offrire una tale lezione, che è evidentemente di parte. L’insegnamento confessionale non mira infatti solo a far conoscere i principi di una fede, ma evidentemente a farli condividere. Ci si potrebbe quindi legittimamente chiedere se la scuola pubblica fondata sulla cultura scientifica, sulla razionalità e il pensiero critico, sia compatibile con una lezione confessionale che si basa sull’adesione a una verità rivelata. E una tale lezione di religione confessionale, certo non laica, rimane nella nuova disposizione per i primi anni di una scuola media, appunto laica.

Ma pensare che la lezione obbligatoria di storia delle religioni sia l’alternativa sarebbe un errore. Già nel 2002 le assemblee dei genitori denunciavano il sovraccarico di lavoro alle scuole medie, oggi quasi il 30% dei ragazzi di prima media ha problemi di insonnia e la metà dei 15enni fatica a gestire lo stress, e noi oggi aumentiamo loro il carico di lavoro con l’ennesima micro-materia, obbligatoria per un anno. La parcellizzazione dell’insegnamento dopo l’esempio dell’educazione civica insomma continua. Questa nuova moda di parcellizzare le materie spinge a destoricizzare e a decontestualizzare i temi. Davvero crediamo di migliorare la scuola in questo modo? E’ necessaria questa nuova materia? Principi etici, riflessione morale e interrogativi esistenziali vi sono solo nella dimensione religiosa? Non sono essi forse presenti anche in Montesquieu, in Rousseau, in Marx? E non sarebbe forse meglio affrontare il fenomeno religioso nell’ambito delle attuali materie umanistiche? Il Partito Comunista ne è convinto: gli strumenti insomma ci sono già.

In conclusione è giusto riconoscere i timidi passi avanti fatti con questo compromesso, non lo voglio negare, ma il Partito Comunista ritiene però che occorra l’art. 23 della Legge della scuola non dovrebbe nemmeno esistere e che una ennesima materia nel piano orario degli allievi sia controproducente, per questo – e coerentemente con quanto a suo tempo espresso dal Partito del Lavoro nella prima fase di consultazione, in sintonia anche con quanto dichiarato sia dall’Associazione dei Liberi Pensatori sia dal Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti – non sosterrò il Rapporto commissionale.

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